Roma – Hamas firma o non firma? L’attesa appare destinata ad espandersi. Il piano americano per Gaza ha complessivi limiti di equilibrio perché “serve gli interessi di Israele” e “ignora quelli del popolo palestinese”, commenta una fonte qualificata palestinese alla Bbc, ma a dispetto delle carenze descritte mantiene intatto il suo punto di forza: è l’unico piano in campo, e questa evidente realtà ispira uno straordinario sostegno globale, dal mondo arabo a Papa Leone IV, dalle cancellerie occidentali alla Cina di Xi Jinping. Due le motivazioni: interrompere la quotidiana mattanza israeliana nella Striscia e allentare la tensione interna ai singoli Paesi, dove il disallineamento tra cautele diplomatiche dei governi nel trattare con Israele e il prevalente sentimento pro Pal delle opinioni pubbliche mobilita le piazze e agita i partiti.
Il Qatar: negoziati e chiarimenti
Tutti guardano ad Hamas. Chiamata sostanzialmente alla resa, l’organizzazione politica e militare palestinese starebbe studiando “responsabilmente” il caso. La fonte è più che qualificata: Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani. Intervistato da al Jazeera, il premier del Qatar – alleato sotto la totale protezione degli Stati Uniti dopo il recente bombardamento israeliano a caccia di “terroristi” – anticipa al mondo l’urgenza manifestata dalla dirigenza gazawi superstite di ottenere “negoziati e chiarimenti” su diversi punti. Ipotesi che non piace a Donald Trump. Perché il piano è quello presentato lunedì e non si cambia, al limite lo si precisa. “Accettarlo è un disastro, ma lo é anche rifiutarlo. Ci sono solo scelte amare, questo è il piano di Netanyahu articolato da Trump”, lamenta alla Reuters una fonte interna ad Hamas.
“Mettere fine al genocidio”
Ancora: il movimento “è desideroso di porre fine alla guerra e al genocidio e risponderà nel modo che meglio tutela gli interessi superiori del popolo”. Hamas evoca la necessità di garanzie internazionali e chiede altri 3-4 giorni per rispondere all’ultimatum Usa (cui anche il Regno Unito sembra aver collaborato in profondità), e alla sua scansione: cessazione delle ostilità, liberazione degli ostaggi israeliani e di un numero concordato di prigionieri palestinesi, fine di ogni lotta armata nella Striscia con amnistia per chi smette di combattere ed esilio per i dirigenti di Hamas, lento ritiro israeliano e nascita di un Comitato internazionale per il post conflitto guidato dallo stesso Trump.
Le clausole di Hamas
Hamas vuole emendare alcune clausole, come quella “sul disarmo e sull’espulsione dei suoi quadri”, e pretende “garanzie internazionali per un completo ritiro israeliano dalla Striscia”, insieme alla promessa che, a pace firmata, i dirigenti di Hamas ancora in vita non possano essere oggetto di esecuzioni mirate. Dentro Hamas, dopo la decimazione dei vertici, esistono distanze tangibili tra la visione della dirigenza all’estero e l’ala militare sul campo. Secondo la Bbc, Izz al-Din al-Haddad, oggi comandante nella Striscia, parrebbe determinato a combattere piuttosto che rinunciare alla carta degli ostaggi in cambio di un calendario insoddisfacente sull’uscita dell’Idf da Gaza. Stessa opinione manifesta la Jihad islamica.
“Hamas accetterà con alcune riserve”
Ma secondo fonti del quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat, i vertici delle Brigate Ezzedin al Qassam, cioè l’ala militare di Hamas di cui al-Haddad è il capo supremo, non sarebbero tutti così convinti di respingere l’offerta di Trump. Una fonte egiziana fa sapere a Sky che Hamas “accetterà con alcune riserve”. Si muovono anche personalità territoriali. In una lettera alla Casa Bianca, il sindaco di Gaza City Yahya al-Sarraj e il presidente della Camera di commercio Ayed Abu Ramadan ribadiscono la voglia della popolazione di voltare pagina. Un elemento che non influenzerà più di tanto Hamas mentre Israele si prepara a ogni ipotesi: pace o guerra, come preferirebbe la destra messianica che spera ancora di impadronirsi dell’intera Striscia.