Global warming a valanga

valanghe montagna

Uno studio francese svela quanto e come il riscaldamento globale influenzi il manto nevoso e l’attività valanghiva, fornendo dati utili per le strategie di adattamento nelle aree montane

Dal mensile – Le montagne sono territori sensibili al cambiamento climatico: se si osserva quel che succede in basso, si può anticipare quel che accadrà più in alto». Nicolas Eckert è un matematico statistico e un ricercatore dell’Inrae, un centro di ricerca francese che si occupa di ambiente, cibo e agricoltura. Assieme a un team di ricercatori di Météo France, del Cnr francese e delle università di Grenoble, Ginevra e dell’Alta Alsazia, Eckert ha condotto uno studio per comprendere come il riscaldamento climatico influenzi il manto nevoso nelle aree montane. Lo scopo del lavoro era quello di mettere in luce i potenziali rischi del fenomeno, e ottenere dati utili alla progettazione di strategie di adattamento che in futuro potrebbero garantire alle aree montuose di tutto il mondo un contrappeso agli effetti del global warming.

La ricerca è stata pubblicata lo scorso novembre sulla rivista scientifica Proceeding of the National Academy of Sciences e si è concentrata su un’area specifica: i Vosgi, catena montuosa situata nel nordest della Francia. In particolare, i ricercatori hanno puntato la lente su oltre due secoli di valanghe naturali avvenute nell’area, fenomeno su cui il clima esercita una grande influenza. «In generale le aree montane cambiano rapidamente aspetto per una combinazione di ragioni – spiega il ricercatore – Da una parte al cambiamento contribuisce il progressivo modificarsi delle pratiche sociali: le pratiche agricole e di allevamento sono in costante declino, mentre si è più interessati a queste zone per scopi ricreativi e turistici. Dall’altra – continua Eckert – con l’aumento delle temperature si ha uno spostamento verso quote più alte dello zero termico e una diminuzione delle precipitazioni nevose». Ecco come gli ecosistemi mutano: agricoltura e allevamento meno intensi e una temperatura più alta rispetto al passato si traducono, per esempio, in versanti più boscosi.

Sulle Alpi la vegetazione guadagna superfici, innalzando il confine degli habitat in cui gli alberi sono in grado di crescere

Il fenomeno di inverdimento dei versanti è stato rilevato anche nell’arco alpino, dove i cambiamenti nell’utilizzo del suolo, l’aumento della temperatura – qui il doppio rispetto alla media globale – e la durata ridotta degli strati di neve hanno già influenzato la vegetazione. Secondo uno studio del 2019 curato da Arpa Valle d’Aosta e dall’Università di Grenoble, negli ultimi venti anni nelle Alpi occidentali diverse aree deglaciate e pascoli abbandonati sono stati gradualmente colonizzati da arbusti. La vegetazione ha scalato i versanti, guadagnando superfici che in passato ne erano prive e innalzando la linea di confine degli habitat in cui gli alberi sono in grado di crescere. «In montagna si può osservare come il cambiamento climatico agisca lungo il gradiente altitudinale dei versanti – riprende il ricercatore francese – Di base, col riscaldamento globale, quel che accade a una certa altitudine accadrà ad altitudini più elevate in un futuro non troppo lontano. Ed è per questo che abbiamo scelto di concentrarci su montagne relativamente basse come i Vosgi, focalizzandoci su un intervallo storico particolare».

In Europa si è già sperimentato un intenso periodo di “estremo caldo” alla fine della Piccola era glaciale, fase climatica che va dalla metà del XIV secolo alla metà del XIX in cui si registrò globalmente un brusco calo delle temperature. Il riscaldamento climatico accelerato che ne seguì, noto come Early twenty century warming, proseguì fino agli anni ’40 del Novecento. «Alla fine della Piccola era glaciale la temperatura aumentò velocemente di quasi un grado e mezzo: si trattò però di un fenomeno naturale, a differenza di quello attuale che è di natura antropica», sottolinea il ricercatore. Trattandosi di un territorio abitato da lungo tempo, nei Vosgi il team ha potuto combinare l’analisi storica con la modellazione statistica e la climate science, attingendo ad archivi scritti, immagini e testimonianze orali per studiare l’attività valanghiva dalla fine del XVIII secolo al 2013. I risultati dimostrano che il riscaldamento climatico alla fine della Piccola era glaciale cambiò le dinamiche della catena montuosa: le condizioni di innevamento diventarono sempre più scarse a quote medio basse, tra i 600 e 1.200 metri, il numero di valanghe diminuì di circa sette volte rispetto ai decenni precedenti, avvenendo ad altitudini sempre più elevate, così come si ridusse la durata del manto nevoso. Un riscontro in linea con l’attuale riduzione di tre volte delle valanghe registrate a quote inferiori ai 2.000 metri fra il 1980 e il 2010 nelle Alpi francesi.

Gli esperti hanno studiato il territorio dei Vosgi combinando analisi storica, modellazione statistica e climate science

«Lo studio che abbiamo condotto mostra una sorta di meccanismo generale che può valere per molte catene montuose. Ovviamente non si può applicare a luoghi dai climi estremamente freddi, come ad esempio l’Alaska, dove la diminuzione di un solo grado – quando ci si trova a circa 20 °C sotto lo zero – non determina un grande cambiamento», conclude Nicolas Eckert. Più in generale, studi di questa natura ci indicano che possiamo utilizzare le catene montuose di bassa e media altitudine per misurare gli impatti di ciò che avverrà a quote maggiori, come se fossero delle sentinelle naturali.

Dentro la slavina

Una valanga avviene quando la gravità agisce sul manto nevoso superando la sua forza di coesione, ossia la forza di natura elettrostatica che tiene unite le molecole di una sostanza – in questo caso acqua – e che si oppone alle forze esterne che tendono a separarla. È dunque “l’architettura” degli strati depositati a giocare un ruolo fondamentale. Un sovraccarico di neve, ad esempio, aumenta la forza di gravità contro quella di coesione dei cristalli di ghiaccio, mentre una semplice precipitazione nevosa su un manto già consolidato ne determina la discontinuità e il conseguente slittamento a valle. Tuttavia, non è soltanto la presenza di neve ad attivare simili fenomeni. L’innalzamento termico e le precipitazioni piovose che spesso lo accompagnano provocano un rischio ancora maggiore, causando una fusione degli strati e una forte instabilità.

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