C’è un filo che lega il ministro Carlo Nordio (nella foto sotto) a Taylor Swift. A unirli è una vibrissa, comunemente detta baffo, quei lunghi peli che i gatti lasciano in giro, tra una stiracchiata di zampe e un agguato agli stinchi. Quando nel 2021 JD Vance disse a Tucker Carlson che a comandare negli Stati Uniti erano, oltre che oligarchi e Democratici, donne senza figli e piene di felini al seguito, non sapeva che stava tracciando non solo il profilo della pop star più importante degli ultimi decenni ma anche, in una certa misura, del nostro guardasigilli. Swift ri vendicò con orgoglio il suo ruolo di “childless cat lady”, Nordio racconta compiaciuto al Corriere che nel suo futuro non c’è la giustizia ma Rufus e Romeo Leonetto, i suoi mici; dopo gli Aristogatti, i Ministrogatti (o giudici togatti).
Ecco dunque a disposizione degli appassionati del genere – non sono pochi: secondo i dati Istat nel 2024 in Italia gli amici a quattro zampe superavano i 25 milioni, c’è chi parla di pet economy – un nuovo capitolo del bestiario di palazzo, perché se il personale è politico, figuriamoci l’animale. Senza scomodare illustri predecessori come Incitatus, il cavallo di Caligola che ambiva al ruolo di console, e senza disturbare i quattordici gatti del Cardinale Richelieu, è chiaro che cedere pubblicamente al richiamo della foresta (domestica) per la nostra classe dirigente è abitudine ormai più che sdoganata.
E chi, se non il rivoluzionario per eccellenza in materia di eccentricità della seconda Repubblica, merita la carica di pioniere della zoo-politica, ampio sottogenere del costume parlamentare? Diamo a Silvio quel che è di Silvio, ossia lo scettro di più animalista del re. Lui che di iconografia se ne intendeva fin troppo, non si è dato limiti con i pelosetti, fondando un esercito di Dudù e Dudine, barboncini a batuffolo identici e replicabili come la pecora Dolly. Restando sulle pecore, impossibile poi non citare lo storico servizio fotografico pasquale, dove il premier, biberon alla mano, allattava un agnellino, raffigurazione tra l’hippie e il cristico.
Berlusconi d’altronde era tra i soci fondatori di Movimento Animalista – al fianco della più agguerrita militante Brambilla e di altre personalità del côté forzista –, formazione politica in grado di mettere insieme centrodestra e centrosinistra, un campo così largo che era un pascolo. Ma non è tutto labrador quello che luccica, e il battito animale, infatti, può ritorcersi contro. Lo sa bene Matteo Salvini, che una decina di anni fa trovò il suo profilo Facebook inondato da foto di felini per l’iniziativa di protesta digitale ’gattini su Salvini’, manifestazione molto pacifica, per non dire tenera, di dissenso nei confronti del segretario leghista e della sua propaganda social a base di Nutella e cuccioli che, tra uno slogan anti-immigrazione e un attacco al tricolore, mirava alla pancia e alle zampe del paese. E lo sa ancora meglio Mario Monti: ospite a Le invasioni barbariche nel 2013 si trovò tra le mani un cagnolino da adottare a tradimento, il piccolo Empy, l’anti-Dudù salva spread, che tutto trasmise al pubblico a casa tranne che calma, l’austerità evidentemente valeva anche per le coccole. Rischi del mestiere per chi, pur di guadagnare punti agli occhi del proprio elettorato con discutibili strategie di gradimento istintivo, finisce per lasciarci il pelo. D’altronde era Umano, troppo umano, mica animali, troppi animali.