“Il centravanti e La Mecca”, dai Mondiali in Qatar alla tratta di talenti africani

Il centravanti e La Mecca_cover

Mentre la Coppa del Mondo organizzata nel Paese del Golfo Persico entra nel vivo, esce nelle librerie un libro-inchiesta sul rapporto tra calcio, Islam e petroldollari. Eccone un estratto 

I discussi Mondiali in Qatar, l’acquisto di Manchester City e Psg da parte degli sceicchi del Golfo, la tratta dei talenti africani, l’oscurantismo dei Talebani, le proteste in Iran: storie, curiosità e aspetti poco noti del calcio contemporaneo e del suo forte legame con la politica nel mondo islamico nel saggio Il centravanti e La Mecca (Paesi Edizioni), nelle librerie dal 18 novembre, a cura di Rocco Bellantone, con il contributo di Marco Cochi, Beniamino Franceschini, Stefano Piazza, Marco Spiridigliozzi e Davide Vannucci e la prefazione di Roberto Tottoli, rettore dell’Università L’Orientale di Napoli.

Ecco un estratto del libro dal capitolo In fuga dall’Africa a firma di Beniamino Franceschini, incentrato sui giovani talenti africani selezionati dall’Aspire Academy di proprietà del Qatar.

Il centravanti e La Mecca libro Paesi Edizioni
La cover del libro “Il centravanti e La Mecca” (Paesi Edizioni)

Sarebbe (…) fondamentale investire sul sistema calcio africano, a cominciare dal potenziamento del settore tecnico e dalla creazione di una classe di allenatori africani che possano instradare i veri talenti e salvaguardare la salute dei calciatori. Oltre a un nuovo coordinamento internazionale per il contrasto della tratta – anche con misure teoricamente semplici, come un rigido protocollo sui viaggi di minori – un aspetto fondamentale sarebbe la consapevolezza da parte degli appassionati che, talvolta, dietro una partita di calcio si annida qualcosa di più profondo e intricato.

I tifosi dovrebbero interessarsi maggiormente della storia dei calciatori e dell’operato delle società, senza mirare alla sola punta dell’iceberg dei risultati sul campo. Questo soprattutto nelle categorie minori, laddove i controlli sono più rari e può accadere che il semiprofessionismo porti a una condizione di pregiudizio per il calciatore. È nei settori giovanili e nelle competizioni inferiori che si riscontra una maggiore concentrazione di attività che, sic et simpliciter, in realtà sono tratte di migranti tramite il calcio. C’è una trappola nella quale si rischia di cadere, certamente in buona fede: ritenere che il calcio sia solo un gioco e uno spettacolo. Questa è la vera forza dei trafficanti, ossia la consapevolezza che per molti appassionati il calciatore abbia una dimensione umana e lavorativa solo con la divisa addosso, pretendendo dai club esclusivamente che la rosa sia sufficiente ad affrontare il campionato.

È vero che la chiave è nello sviluppo del calcio in Africa, e che se il circuito locale fosse sicuro, legale e remunerativo, la tratta o la fuga si ridurrebbero drasticamente. Ma molto sarà vano finché anche in Europa il mondo del pallone, a partire dai tifosi, non sceglierà la consapevolezza e l’etica.