Bologna – Per niente facile essere i Musici di Francesco Guccini e dover affrontare stasera la sua eredità come capita a Vince Tempera, Juan Carlos ‘Flaco’ Biondini, Antonio Marangolo, Ellade Bandini, Giacomo Marzi alla Pineta di Castelpagano, nel Beneventano. “Dopo la notizia, gli organizzatori ci hanno chiesto se volessimo cancellare la data e abbiamo risposto di no. Dobbiamo farlo” ammette Flaco, accanto al Maestrone per mezzo secolo durante il quale ha avuto modo di cofirmare una quindicina di canzoni tra cui ‘Scirocco’, ‘Le ragazze della notte’, ‘Luna fortuna’. “Anche se siamo molto provati, suonare bene i suoi pezzi – dopo averlo fatto per decenni in studio e sul palco – sarà il nostro migliore per rendergli omaggio”.
Flaco, è dura l’idea di tornare sul palco?
“Sì, perché avevamo un rapporto affettivo che andava ben oltre il lavoro. Sarà emozionante e spero solo di non lasciarmi prendere dal magone, perché ora tocca a me cantare i suoi brani. Lo facciamo con orgoglio, però, sapendo che a lui sarebbe piaciuto così”.
C’era una ritualità giù dal palco?
“Dietro le quinte, prima del concerto, non mancava mai un gran catering dove si mangiava e si beveva. Spesso a dismisura. Francesco era profondamente abitudinario e tendeva a mangiare sempre le stesse cose, ma non per superstizione, proprio per abitudine. Non era affatto innervosito dalla folla, che lì fuori ci fossero 3.000 o 12.000 persone per lui era lo stesso”.
Quale sarà, dunque, per lei il momento più difficile da affrontare stasera?
“Cantare canzoni come ‘Incontro’, perché raccontano Francesco in prima persona e contengono riflessioni filosofiche profonde”.
E lui, che rapporto aveva col suo repertorio?
“Alcune canzoni le sentiva sicuramente di più perché erano molto personali, come ad esempio ‘Amerigo’, che parlava del suo prozio e della sua infanzia. Purtroppo, nei palazzetti dello sport l’intimità necessaria per raccontare certe storie si perdeva un po’. Doveva accettare che il pubblico facesse il ‘karaoke’, anche se talora invitava la gente a prestare un po’ più di attenzione, ben sapendo, comunque, che in un palazzetto pretendere il silenzio assoluto sarebbe stato impossibile”.
Anche se voi eravate il nucleo storico, qualche avvicendamento nella formazione c’è stato.
“Già, ma l’unico vero terremoto l’ha provocato la scomparsa del manager e produttore Renzo Fantini, caro amico per tutti. La perdita ha finito col togliere a Francesco parte della voglia. Per il resto, su e giù dal palco siamo rimasti sempre un tutt’uno”.
Quando ha avuto modo di salutarlo?
“Ci siamo parlati per l’ultima volta 10-15 giorni fa, poi non è stato più in condizione di farlo. Ma la moglie Raffaella e la figlia Teresa mi tenevano informato e, data l’età e le complicazioni gravi, sapevo che la notizia purtroppo non avrebbe tardato molto. L’ho presa come si prende la perdita di una persona anziana molto amata”.
È stato il mio maestro di ‘italianità’; se amo questo Paese alla follia è perché lui me l’ha spiegato
Qual è la lezione più grande che le ha lasciato Francesco?
“Mi ha lasciato tutto. Come dico sempre, è stato il mio maestro di ‘italianità’; se amo questo Paese alla follia, 53 anni dopo essere arrivato dall’Argentina, è perché lui me l’ha spiegato e sviscerato. Aveva una cultura autodidatta pazzesca e una memoria di ferro; ascoltarlo spiegare un monumento era come assistere a una lezione universitaria. Ma la cosa più preziosa era la sua umiltà: si considerava un semplice artigiano e, nonostante le sue canzoni siano nei libri di testo, aveva poco ego. Mi ha insegnato a non darmi troppa importanza, ad affrontare la vita con ironia e umorismo. Mi ha fatto sentire parte della sua famiglia, quasi un fratello. E di questo gli sarò grato per sempre”.