In fondo la finanza ha la stessa grammatica della diplomazia: ciò che si dice fissa le posizioni, ciò che si tace apre il negoziato. Il Leone non ha detto sì alla proposta con cui Mps vuole rilevare Banca Generali in cambio di azioni del Monte, ma si è ben guardato dal dire no. Parafrasando il comunicato diffuso da Trieste dopo il consiglio di giovedì: l’offerta di Lovaglio viene definita “non sollecitata né concordata”; il Leone si dichiara tuttavia disponibile a valutarla e riconosce che prospetta “una collaborazione industriale” più ampia.
Per capire quanto queste poche righe pesino, serve considerare un’asimmetria che la Borsa nasconde: il piano di Messina è più semplice, più eseguibile, più immediatamente monetizzabile, ma può realizzarsi solo se Intesa raccoglie abbastanza adesioni da conquistare il controllo di Mps. L’offerta ha fissato la soglia al 66,67 per cento del capitale, pur riservandosi la facoltà di ridurla. Lovaglio, invece, non deve aggregare un consenso uguale e contrario: gli basta che una quota sufficiente di azionisti non aderisca all’offerta di Ca’ de Sass. Ogni casella che si sposta verso Siena rafforza l’alternativa e può ridurre l’incentivo degli attuali soci. E la casella di Trieste è la più pesante sul piano industriale.
Generali riconosce la collaborazione industriale prospettata da Mps
Domenica scorsa, su QN, osservavamo che, anche senza condividere l’intero disegno, a Philippe Donnet bastava considerarlo preferibile a un rafforzamento decisivo di Intesa. La nota del consiglio di giovedì è compatibile con questa lettura, perché quello che conta sono gli incentivi, e gli incentivi ci sono tutti: nella versione completa del progetto Mps, in caso di successo di entrambe le offerte, il Leone peserebbe per circa il 6,4 per cento del nuovo gruppo ed è il candidato naturale a sostituire con i propri prodotti Axa, il cui accordo con Siena scade nel 2027. Cederebbe una controllata per guadagnare una partecipazione e l’accesso a una rete ben più grande. La cessione avrebbe dunque la logica di uno scambio, senza configurarsi come un sacrificio.
Resta una domanda: serve davvero Banco Bpm per dare al Monte un futuro industriale alternativo a Intesa? Crédit Agricole, che nel nuovo gruppo perderebbe peso e ha da difendere i propri accordi assicurativi con Banco Bpm, difficilmente consegnerà i titoli senza un premio o garanzie sul proprio ruolo. E oggi, sul piano azionario, Piazza Meda conta più di Trieste: l’eventuale ingresso di Generali nel capitale di Mps si materializzerebbe solo dopo la conclusione dell’Opas di Intesa. Ma l’apertura del Leone ha valore già prima di tradursi in una partecipazione: rende credibile un’alternativa industriale all’offerta di Intesa e offre agli attuali azionisti di Mps un motivo per non aderire. Proprio gli azionisti sono l’incognita più imprevedibile, a partire da Delfin, il maggiore socio privato di Mps: la sua scelta avrà un peso decisivo sull’Opas di Intesa. Gli eredi di Del Vecchio stanno cercando un nuovo assetto condiviso e un nuovo equilibrio interno, dopo l’uscita di Leonardo Maria dagli incarichi in EssilorLuxottica.
La partita, come sappiamo, si gioca sul sistema, oltre che sul prezzo. E in questi giorni la conferma è arrivata proprio dal fronte avversario, e cioè quello di Intesa. Venerdì, le parole di Carlo Cimbri al Sole 24 Ore – Mps capofila, sede a Rocca Salimbeni, marchio salvo, nessun licenziamento – sono state lanciate come scialuppe di salvataggio in acque molto agitate: il governatore toscano Eugenio Giani, con la sindaca di Siena e la presidente della Provincia, aveva appena chiesto al Mef integrità, marchio, occupazione e perfino il golden power; il ministro Giorgetti aveva confermato il congelamento del 4,8 per cento pubblico e la disponibilità a valutare senza pregiudizi le proposte in campo; da Rimini, Salvini aveva auspicato un Mps promotore e aggregatore di un terzo polo.
Il 10 settembre votano gli azionisti di Intesa Il 29 ottobre l’assemblea a Siena
Di certo, i due progetti industriali in competizione – Mps e Intesa – poggiano su presupposti diversi: quello di Messina e Cimbri esiste solo se Intesa acquisisce il controllo del Monte; quello di Lovaglio può conservare un razionale industriale anche in una versione ridotta di sé.
L’orizzonte ha due date: il 10 settembre votano gli azionisti di Intesa, il 29 ottobre l’assemblea Mps sarà chiamata ad autorizzare offerte, aumenti e dividendo straordinario. Con tutte le cautele di una partita apertissima – dalla soglia rinunciabile di Intesa al voto di Mps, dalla Consob a una possibile contromossa di Crédit Agricole su Bpm – lo scenario di un terzo polo, magari più piccolo di quello annunciato, ha guadagnato più probabilità rispetto a una vittoria piena di Ca’ de Sass. Messina, per battere Lovaglio, deve espugnare il fortino; a Lovaglio basta costruirlo e tenerlo.