Il fascino della divisa, se l’amore per i generali finisce in una Caporetto

Roma, 7 settembre 2026 – I generali piacciono. A parte il generalissimo che va fortissimo, piccoli vannacci crescono ovunque, al netto delle indagini della magistratura militare. Quindi è già annunciato un altro generale, ma almeno in pensione, Carmelo Burgio, come candidato a sindaco di Milano, anche con annunci di “rastrellamenti”, prassi cui si credeva di avere già dato a sufficienza nel 1944. E chissà quante altre stellette sbucheranno nella scia di un Futuro nazionale in grigioverde, con lezioni di educazione militare nelle scuole (senza che nessuno ricordi mai il regio decreto numero 2152 del 1934, anno XII, che instituiva la materia di “Cultura militare” in tutte le scuole medie inferiori e superiori) ed eventualmente il ripristino della leva obbligatoria. L’aspetto curioso è che nella pubblica opinione, almeno una parte e forse non la più smaliziata, sembra passata l’idea che affidare la gestione della cosa pubblica ai soldati sia una garanzia di efficienza.

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Sarà la sempre latente nostalgia dell’uomo e delle maniere forti, la disciplina delle caserme come modello di ‘law and order’ nelle strade, pare scontato che per risolvere i nostri problemi di criminalità micro e macro, spaccio, maranzaggine e altre sventure la cosa migliore sia mettere tutto nelle mani i generali (ci sarebbero poi da governare anche l’economia, la cultura, la politica estera e così via, ma sono quisquilie e pinzillacchere, come diceva Totò). E tuttavia basta una conoscenza anche superficiale della storia patria per sapere che non è così, e che il Paese è abbonato alle brutte figure belliche.

Per carità, non è vero che gli italiani non si battono, ma è verissimo che spesso i nostri siano stati eserciti di leoni comandati da asini. Qui soccorre una vecchia battuta: per forza che i generali sono così scarsi, li scelgono fra i colonnelli. Ma anche gli ammiragli non sono andati molto meglio.

Breve recap, allora. Dopo l’Unità, la prima guerra che facciamo è la Terza d’indipendenza (1866): esercito sconfitto a Custoza, marina a Lissa. Nel ’70, la presa di Roma è una passeggiata. Nel ’96, Adua. Nel 1911, Libia: abbastanza bene la marina, male l’esercito, con considerazioni di Giovanni Giolitti molto simili a quelle che state leggendo. Nel ’15-18, l’unica guerra effettivamente vinta dall’Italia, i soldati combattono con valore e spesso con eroismo, ma non è che i comandi, da Cadorna in giù, brillino per perspicacia.

Sempre meglio la Prima che la Seconda guerra mondiale, comunque: disastri a getto continuo, in Africa, in Grecia, nei Balcani, in Russia, in Sicilia, per terra, cielo e mare. Poi per fortuna sono seguiti ottant’anni abbondanti di pace che si devono principalmente a quelle istituzioni, come la Nato e l’Europa, che i sovranisti fai-da-te, con stellette o senza, schifano. Ma, si dirà, Vannacci and friends non devono fare la guerra (speriamo, almeno), ma la politica.

Non è però che ogni volta che è stata appaltata ai militari siano stati capolavori. Nel 1866, Lamarmora non fu un disastro soltanto come generalissimo, ma anche come primo ministro negoziatore, costringendo l’Italia a fare una guerra e delle figuracce che avrebbe potuto benissimo evitare. A proposito di ordine pubblico e di Milano, i cannoneggiatori di fine Ottocento tipo Fiorenzo Bava Beccaris non hanno lasciato un buon ricordo. Quando a Badoglio, non contento del disastro di Caporetto, replicò con quell’altro capolavoro al contrario dell’8 settembre 1943, quando tutta la vicenda dell’armistizio fu condotta come peggio non si sarebbe potuto. Morale: diceva Clemenceau che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali. Figuriamoci la politica.