
Film, libri, documentari, fumetti. Robert Flaherty e Jean Malaurie hanno diffuso la cultura eschimese attraverso contributi preziosi. Un’eredità utile per valorizzare e difendere gli Inuit e il futuro dell’Artico
di Alessandro Michelucci
Dal mensile di febbraio. Il 2022 segna due centenari strettamente connessi fra loro. Il primo riguarda Nanook of the North, il celebre documentario sugli Inuit realizzato da Robert Flaherty nel 1922. Opera fondamentale del cinema muto, il documentario non è una curiosità per pochi cinefili, ma un classico che ha lasciato una traccia profonda in varie discipline artistiche. Oltre alle edizioni in molte lingue, incluso l’italiano, ha ispirato musicisti come Remo Anzovino (2005) e il duo di Christine Ott e Torsten Böttcher (2019), che l’hanno musicato dal vivo. Roswitha Skare gli ha dedicato il libro Nanook of the North from 1922 to today: the famous arctic documentary and its afterlife (Peter Lang, 2016), dove ricostruisce il lungo iter del documentario (versioni, riedizioni, restauro). L’altro anniversario riguarda Jean Malaurie, il più grande eschimologo vivente, che compirà 100 anni il prossimo 22 dicembre. Lo studioso francese ha esplorato ogni aspetto delle culture artiche, con particolare attenzione per quella Inuit, come documentano libri, film, dischi, conferenze, spedizioni e tanti altri contenuti. Al tempo stesso, Malaurie si è fatto paladino di queste comunità remote e dimenticate, realizzando una sintesi ideale fra impegno scientifico e difesa dei popoli autoctoni. Alla mole impressionante di lavoro si aggiunge la direzione della collana “Terre humaine”, nata nel 1954 e pubblicata da Plon: un centinaio di testi che spaziano dall’Artico all’Amazzonia, dalla Corsica all’Australia, componendo un mosaico affascinante della varietà culturale che caratterizza il nostro pianeta. I libri dello studioso sono stati tradotti in molte lingue, ma l’editoria italiana ha dedicato loro poca attenzione. Se si esclude Terra Madre, il testo recente di cui si parla più avanti, l’unica opera tradotta in italiano è Les derniers rois de Thulé, avec les Esquimaux polaires, face à leur destin (Magia bianca. Gli ultimi re di Thule, Baldini & Castoldi, 1956).
Le notizie reperibili sulla versione italiana sono molto scarse, motivo per cui lo studioso, pur godendo di fama mondiale, è ancora poco noto al lettore italiano. Negli ultimi anni, però, sono usciti due libri che colmano parzialmente la lacuna, mettendo in luce l’opera e il pensiero dell’eschimologo Malaurie. Si devono all’impegno di Giulia Bogliolo Bruna, un’americanista che ha collaborato a lungo con lui, condividendo lo spirito delle sue ricerche. Uno è Equilibri artici. L’umanesimo ecologico di Jean Malaurie (CISU, 2016), la versione italiana di Jean Malaurie, une énergie créatrice (Editions Armand Colin, 2012). Una vera e propria biografia, ampia e dettagliata ma mai pedante. Dalle pagine traspare l’ammirazione per il collega francese, che l’autrice considera un maestro, senza che questo tolga nulla all’originalità del suo impegno scientifico. Grazie a lei il lettore dispone finalmente di una bussola che gli consente di cogliere la varietà e la complessità dell’approccio malauriano, ancora più chiaro nel secondo libro, Terra Madre. In omaggio all’immaginario della Nazione Inuit (EDUCatt, 2017). Un manifesto ecologista curato e tradotto dalla stessa Bogliolo Bruna. Il breve testo si richiama apertamente all’enciclica Laudato si’ (2015), dove Papa Francesco manifesta forte interesse per i popoli indigeni e per le loro culture. Probabilmente Malaurie, come molti altri, sopravvaluta certe posizioni scomode del Papa, che non ha esitato a santificare nel settembre del 2015 il controverso missionario francescano Junipero Serra, accusato di aver partecipato al genocidio degli Indiani, scatenando forti critiche da parte di alcuni studiosi e di varie organizzazioni indigene.
In ogni caso il riferimento alle posizioni papali viene fatto in buona fede e non compromette la sostanza del testo. Poetico ma mai astratto, politico nel senso più nobile del termine, il messaggio tocca vertici umani altissimi. È proprio questa la vera forza dello studioso, che con la sua carica empatica resta lontano anni luce dalla freddezza aulica di molti colleghi. Gli allarmi contro il materialismo occidentale non sono certo nuovi, soprattutto negli ultimi anni, ma quello dello studioso francese, animato da un vero spirito libertario e da una ricca esperienza scientifica, si differenzia da quelli di chi coltiva il vezzo della diversità fine a se stessa. Il complemento ideale di Terra Madre è la sua opera più recente, Oser, résister (CNRS Editions, 2018). L’eschimologo espone chiaramente le proprie idee traendo spunto dai tanti contesti ambientali e umani nei quali ha lavorato: dalle regioni artiche alla Terra del Fuoco. Senza dimenticare una ricca varietà di temi culturali, sociali e ambientali connessi, l’autore ci esorta a mantenere viva quella voglia di resistere all’omologazione che minaccia tutti noi, come anche i popoli indigeni e il pianeta. Soltanto in questo modo, sostiene, sarà possibile realizzare quello che considera il suo obiettivo primario: la difesa dei popoli autoctoni e dell’ambiente. Negli ultimi anni, nonostante l’età avanzata, Malaurie ha continuato a esplorare nuovi canali espressivi. Così è nato Malaurie, l’appel de Thulé(Delcourt, 2019), il primo albo a fumetti che lo vede impegnato nella nona arte. Ne ha curato il soggetto con Pierre Fournier, meglio noto come Makyo, mentre i disegni sono stati realizzati da Frédéric Bihel. L’opera racconta la prima spedizione artica di Malaurie e sottolinea quanto lo scienziato non si sia mai limitato allo studio asettico del territorio, schierandosi apertamente in difesa degli Inuit. Il fumetto permette a un pubblico più ampio di conoscere il suo impegno multiforme, un’eredità preziosa per tutti coloro che hanno a cuore il futuro dei popoli indigeni e quello dell’intero pianeta.