Fare del Monveso di Forzo, cima del Parco nazionale del Gran Paradiso, la prima montagna sacra d’Europa è l’obiettivo di un comitato che propone una nuova fruizione alpinistica, con percorsi per ammirare la vetta da lontano
Foto di Marco Carlone e Daniela Sestito
Dal mensile di aprile. Stretto tra due muretti a secco, Heidi procede veloce sul sentiero con un passo sicuro. Conosce bene quella strada, la percorre da più di trent’anni. Un vento affilato scuote gli alberi, è talmente forte da coprire qualsiasi altro rumore nel vallone. Spostando una frasca con le bacchette, l’ex-guardiaparco si guadagna un piccolo belvedere naturale, di fronte a cui si spalanca un ventaglio di montagne. «Eccola – indica, sorridendo, la vetta più alta del gruppo – è lei». Si chiama Monveso di Forzo, ed è una cima del Parco nazionale del Gran Paradiso a cavallo tra Piemonte e Valle d’Aosta. A guardarla bene, ha proprio quella forma che i bambini assegnano alle montagne: una piramide quasi perfetta, con le pareti scoscese e la punta innevata.
Luciano Heidempergher – detto Heidi, per gli amici – è uno dei 750 firmatari di un’iniziativa che vorrebbe rendere il Monveso di Forzo una montagna simbolicamente “sacra”. Un aggettivo che sull’arco alpino non si è soliti assegnare ad una vetta, ma che proprio per questo vorrebbe comunicare un intento dirompente, quasi provocatorio.
«Questo è un progetto culturale che ha l’obiettivo di sensibilizzare sulla necessità di porsi un limite come specie umana», racconta Toni Farina, consigliere del Parco Nazionale del Gran Paradiso e ideatore di questo progetto. «Molto semplicemente noi chiediamo alla specie Homo sapiens di fare una rinuncia, di rinunciare non per obbligo ma per condivisione a salire su questa montagna, che diventerebbe così simbolo di accettazione del limite» afferma.
Lanciata nel 2021 insieme all’ex direttore del parco nazionale Antonio Mingozzi, l’iniziativa ha l’obiettivo di raccogliere 1.000 firme entro il 2022, anno in cui il Gran Paradiso – parco nazionale più antico d’Italia – celebra il suo centesimo compleanno.
«Abbiamo ragionato lungamente sull’aggettivo ‘sacro’ da assegnare al Monveso − prosegue Farina − ma abbiamo pensato che fosse quello giusto per suscitare un effetto altamente evocativo. Oggi non si fa altro che parlare di limiti allo sviluppo, di transizione ecologica. Ma il limite deve essere introiettato, e questi processi hanno delle possibilità di vedere la luce solo se c’è una rivoluzione culturale che li innesca».
Il bello dell’isolamento
«Quando mi sono trasferito qui dalla mia vecchia casa, in Trentino, sono subito rimasto colpito dalla bellezza di questi paesaggi naturali, così remoti e poco frequentati» riprende a raccontare Heidi. Dal 1990 al 2019 l’ex guardiaparco ha lavorato principalmente proprio sul versante piemontese del Monveso, in alta Val Soana. Qui, partendo direttamente a piedi da casa sua, a pochi chilometri dalla frazione di Forzo, svolgeva le attività di monitoraggio della fauna e della flora salendo sulle alture del parco. Oggi che è in pensione Heidi continua a tenere puliti i sentieri della sua zona. Lo fa per pura affezione nei confronti di questi luoghi: per i camminatori ha posizionato dei cartelli in legno che raccontano – citando grandi uomini e donne della storia – l’importanza di un buon equilibrio tra la natura e gli esseri umani. Seduto su una roccia, con il binocolo in mano, indica un punto sulla sinistra del Monveso: «lì su quel pianoro noi guardiaparco abbiamo una casetta di servizio. È una sorta di balcone privilegiato sulla vetta, io la usavo soprattutto d’estate, quando passavo le notti in quota per i turni di monitoraggio». Racconta che in tutti quegli anni di servizio quasi mai ha visto alpinisti o camminatori avventurarsi su per la montagna.
Nonostante il toponimo ricordi infatti il “Re di Pietra” delle Alpi Cozie, ben più famoso e frequentato, il Monveso è una cima secondaria, non evoca imprese leggendarie. Sebbene sia ben visibile dalle pianure del Canavese, rimane sconosciuta ai più per la sua posizione isolata e per l’impegno fisico richiesto per conquistare la cima. E proprio la scarsissima frequentazione è stato uno dei motivi che ha fatto ricadere la scelta del comitato sul Monveso. Come si legge nello stesso documento di proposta, la sacralizzazione della sua piramide di roccia sarebbe il primo caso in Europa. Secondo il comitato, potrebbe essere questa l’occasione per testare un nuovo tipo di fruizione alpinistica, con percorsi appositamente concepiti “a distanza” per ammirare la montagna da lontano.
«Non metteremmo divieti, paletti o recinzioni», sostiene lo scrittore e alpinista Enrico Camanni, che ha dedicato anni del suo lavoro a raccontare le storie che ruotano intorno alle Alpi: «Magari ci sarà qualcuno che vorrà scalare il Monveso proprio perché è stato dichiarato sacro, ma quel che spero è che quest’iniziativa possa innestare un nuovo processo sociale, diverso da quello attuale».
Metà della Terra
Nell’intento dell’iniziativa, la “sacralità laica” del Monveso coincide con la fine simbolica della lotta fra uomo e natura. «Per 300.000 anni, gli esseri umani hanno dovuto lottare per riuscire sopravvivere all’interno di una natura ostile. Poi, negli ultimi 15.000 anni, con l’invenzione di agricoltura e allevamento, abbiamo distinto una natura domestica – che proteggiamo – da una selvatica – che combattiamo», spiega Giuseppe Barbero, docente di biologia all’Università della Valle d’Aosta, firmatario della proposta. «Negli ultimi 300 anni, con la rivoluzione industriale, abbiamo praticamente domato la natura. Al punto che oggi la possibilità di incontrare animali selvatici è molto rara», afferma. Se il conflitto è terminato, è possibile dunque trovare un accordo con il mondo selvatico, limitandoci nella nostra espansione e lasciando un ampio spazio destinato a preservare la biodiversità. «Spazio che il grande biologo americano Edward O. Wilson riteneva dovesse coincidere con l’Half Earth, cioè metà della Terra – continua il Barbero – Si tratterebbe di tutelare un sistema con cui abbiamo un’interdipendenza, e prova ne è il fatto, ad esempio, che il 95% dei principi attivi utilizzati nei famaci che utilizziamo sono derivati semi-sintetici di prodotti naturali, che abbiamo conosciuto grazie alle aree selvatiche», conclude.
L’idea della montagna sacra ha già coinvolto centinaia di persone. A marzo 2022 sono più di 750 i firmatari della proposta, uomini e donne di montagna e di pianura, alpinisti e accademici, guardiaparco professionisti e camminatori amatoriali. Nella lista si leggono anche i grandi nomi dell’alpinismo mondiale – come Hervé Barmasse o l’arrampicatore Manolo – che sulle montagne hanno compiuto imprese alpinistiche memorabili, ma che al contempo hanno riconosciuto anche il valore di porsi, simbolicamente, un limite.
BOX
Sacralità ad alta quota
A differenza del Monveso, la cui sacralità vuole essere espressamente laica, le montagne sacre sparse in giro per il mondo hanno spesso un valore religioso per diverse comunità. Dall’America all’Australia, dal Giappone alla Tanzania, a versanti e vette sono state attribuite capacità come quella di generare forza vitale e fertilità, di ospitare le anime dopo la morte. Le vette, vicine al cielo e ai mondi mitologici, sono storicamente considerate come dimore di divinità e palcoscenici di importanti eventi storici, tra cui la stessa creazione. In molti di questi casi, parte di questa condizione include anche una componente “ecologica” che comporta il divieto di accedere alla montagna, di profanarne boschi o foreste, o di costruire su versanti e aree adiacenti.
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