L’insetto impollinatore è utile per misurare la qualità di aria, acqua e suolo. Gli studi guidati dall’Università del Molise in collaborazione con le principali associazioni apistiche
In Molise, in alcune zone caratterizzate dalla possibilità di trovare inquinanti a causa della presenza umana, le concentrazioni di metalli pesanti e agrofarmaci sono leggermente più alte che altrove anche se nei limiti di legge. È il risultato del “biomonitoraggio del territorio con api sentinelle”, un progetto guidato dal dipartimento di agricoltura, ambiente e alimenti dell’Università degli Studi del Molise, in collaborazione con le principali associazioni apistiche (CONAPROA, Associazione Produttori Apistici Molisani, ARAM, Api Fortore, Apiario di comunità Valle del Trigno e Consorzio Con le api) e Legambiente Molise APS, grazie ad un finanziamento ottenuto nell’ambito dell’azione 19.2.16 del PSL del Gal Molise verso il 2000, che ha come scopo il monitoraggio del territorio del GAL e la ricerca attiva di inquinanti attraverso l’osservazione comportamentale e chimico-fisica delle api da miele.
Nell’ambito del progetto sono stati presi in considerazione i diversi metodi e le diverse tecniche che permettono di “biomonitorare” gli inquinanti adottando come agente l’ape da miele. Questa è stata scelta principalmente per la completezza di informazioni che questo insetto è in grado di fornire. Per l’attuazione del progetto sono state individuate cinque località nell’ambito territoriale del Gal Molise verso il 2000. Pertanto, a partire dai punti ritenuti strategici per il biomonitoraggio si è cercato di confrontare le aree potenzialmente esenti da una grossa pressione antropica, con aree, invece, in cui ci si aspettava un maggior carico di inquinanti. La filosofia di fondo è stata quella di distribuire le stazioni di biomonitoraggio (chiamate centraline) con api da miele sul territorio, andando a cercare la possibile presenza di agenti inquinanti, con lo scopo di comparare i diversi spot analizzati. Le centraline di monitoraggio sono state caratterizzate dalla presenza di due alveari (quattro stazioni per ogni area). Gli alveari impiegati sono stati selezionati secondo il criterio dell’omogeneità in relazione alla loro “forza” e la loro gestione è stata affidata ad apicoltori esperti in grado di operare in apiario senza contaminare le famiglie con agenti esterni. Per le operazioni è stato vietato l’utilizzo dell’affumicatore ed utilizzata solamente cera prodotta dalle api. Ogni settimana è stato valutato lo stato generale di salute ed al superamento della soglia critica di moria delle api (350) si è proceduto al prelievo ed all’ esame del campione in laboratorio per le analisi chimiche e palinologiche. La prima tipologia di indagine ha portato all’individuazione di eventuali molecole insetticide responsabili della moria degli insetti; le analisi palinologiche sono invece servite per stabilire, attraverso il riconoscimento dei pollini presenti sul corpo delle api, i luoghi di bottinamento delle stesse api e quindi delle probabili colture irrorate con i prodotti fitosanitari che potrebbero aver causato la mortalità anomala.
Un altro motivo per cui è stata scelta l’ape da miele è la sua vasta diffusione su tutto il territorio regionale. Questo ha permesso agli accademici e ai tecnici di avvalersi in larga misura della collaborazione delle associazioni apistiche, che hanno una presenza capillare sul territorio stesso, per cui in ogni ambiente è stato possibile monitorare ed analizzare uno o più allevamenti di api. La motivazione fondamentale però è data invece dal fatto che l’ape è in grado di esplorare tutti i comparti ambientali: l’aria, con la sua attività di volo; il suolo asportando eventuali particelle inquinanti e portandoli sul corpo grazie alla peluria di cui è dotata per il trasporto dei pollini; l’acqua perché le bottinatrici raccolgono grandi quantità d’acqua per soddisfare i fabbisogni dell’alveare. L’ape è quindi in grado di monitorare tutto il territorio con milioni di micro prelievi giornalieri per ogni alveare.
Un ulteriore vantaggio delle api è che sono contemporaneamente bioindicatori, bioindicatori veri, bioaccumulatori e biocollettori: ovvero le quattro categorie di bioindicatori universalmente riconosciute. Nello specifico un bioaccumulatore è un organismo che accumula gli inquinanti nei tessuti corporei, per cui analizzando gli inquinanti presenti all’interno del corpo delle api la utilizziamo proprio come bioaccumulatore. Un biocollettore è invece un organismo che accumula gli inquinanti nei propri prodotti di secrezione o di escrezione. Nel caso delle api è quindi possibile ritrovare questi agenti inquinanti nella cera e nella pappa reale (che sono entrambi prodotti di secrezione), nel miele che è un prodotto misto proveniente dall’elaborazione del nettare, che le api prendo no dalle piante, attraverso la secrezione della loro saliva (si potrebbe paragonare, in ambito umano, al latte materno che può essere usato come biocollettore).
A scopo del progetto sono stati ricercati tramite l’utilizzo di questi insetti degli specifici inquinanti che normalmente si attenzionano in prima battuta in una campagna di biomonitoraggio, vale a dire i metalli pesanti (attualmente meglio definiti come elementi in traccia potenzialmente tossici) e gli agrofarmaci. La scelta degli inquinanti è legata alle particolari caratteristiche del territorio oggetto di esame. Queste due categorie di inquinanti sono state ricercate sia con un monitoraggio della mortalità delle api, per quanto riguarda prodotti fitosanitari, ed eventuale analisi chimica successiva e l’uso di matrici apistiche (ad esempio miele, cera oppure il corpo delle api stesse) per la ricerca dei metalli pesanti. Da un punto di vista della mortalità acuta fortunatamente non è stata rilevata mortalità da prodotti fitosanitari; d’altra parte, in tutte le matrici analizzate sono state rilevate, anche se al di sotto dei limiti di legge, tutti i metalli pesanti ricercati.
Questo non deve assolutamente destare preoccupazioni, perché il tipo di inquinanti ricercati, nella fattispecie alcuni metalli pesanti, sono ubiquitari e sono facilmente riscontrabili anche nei prodotti orticoli. Quello che fa la differenza è infatti la concentrazione all’interno della matrice analizzata, ovvero il miele. Difatti nelle diverse stazioni sono state riscontrate concentrazioni diverse e sempre al di sotto dei limiti ammessi dalla legge, ma variabili in funzione soprattutto dell’antropizzazione del sito. In conclusione, nelle zone con una maggiore attività umana e con insediamenti produttivi le concentrazioni sono leggermente più alte anche se nei limiti ammessi.