Inquinamento, ora è l’Era della plastica

mondo plastica

Dopo anni di monitoraggi subacquei, nel libro Plasticene il biologo marino Nicola Nurra racconta le conseguenze devastanti dell’invasione della plastica e del cambiamento climatico che sconvolgono mari e oceani del Pianeta 

“Abbiamo passato un’epoca del ferro, un’epoca del bronzo di cui ancora oggi individuiamo i sedimenti, i resti di una civiltà umana del passato. Non è difficile immaginare che in un periodo futuro, se l’Homo sapiens farà ancora parte della biodiversità del pianeta, ci saranno i segni inequivocabili del nostro passaggio attraverso i polimeri plastici”.

Nicola Nurra
Nicola Nurra

Lo spiega Nicola Nurra, autore del libro Plasticene, l’epoca che riscrive la nostra storia sulla Terra, edito da Il Saggiatore. Biologo marino e operatore scientifico subacqueo, Nurra insegna biologia marina all’Università di Torino, collabora con il CNR Ismar di Venezia, ed è presidente di Pelagosphera, cooperativa di monitoraggio ambientale in ambito marino. Nel libro, Nurra raccoglie i frutti di anni di monitoraggi subacquei e colloqui scientifici con colleghi e studenti. Scendendo sotto il pelo dell’acqua, il ricercatore racconta l’invasione della plastica e il cambiamento climatico dalla prospettiva di mari e oceani. 

Sulla copertina si fa riferimento al Plasticene come a “un’epoca”. Da dove viene questo titolo? 

Plasticene è una parola che non esiste sul vocabolario. È un termine comparso per la prima volta in un blog, ma rende piuttosto bene l’epoca che stiamo vivendo, in cui la plastica, soprattutto quella monouso, è entrata nella quotidianità a livello planetario. Ci sono già dei segnali geologici: alcune rocce in formazione inglobano frammenti di polimeri plastici che risalgono a 60-80 anni fa. In ambito marino, già nel 1972 il biologo Edward Carpenter, sulla rivista Science, suggeriva che la plastica avrebbe potuto rappresentare un problema per la sua capacità di frammentarsi e di attirare verso di sé particelle organiche inquinanti e potenzialmente nocive. Ci sono voluti 30 anni prima di affrontare la questione.  

Un capitolo del libro, che parla proprio di questo processo, si chiama “La zuppa di plastica”. Di cosa si tratta? 

Alcuni ricercatori, qualche anno fa, hanno scritto un articolo scientifico provocatorio dal titolo “La zuppa di plastica del Mediterraneo”. Si tratta di un’area del Mediterraneo occidentale, davanti all’isola di Gorgona, dove per la circolazione delle correnti si accumula un alto numero di polimeri plastici di tutti i tipi, di dimensioni variabili, per la maggior parte dei casi derivanti dal monouso. Dopo aver subito una degradazione di tipo fotochimico e fisico, si parcellizzano in milioni di componenti, fino a sfuggire alla nostra osservazione. Questi frammenti si trasformano in poco tempo in catalizzatori per particelle di composti organici tossici, nella maggior parte dei casi frutto della combustione incompleta dei motori a scoppio, idrocarburi policiclici aromatici e policlorobifenili, che resistono a lungo in ambiente terrestre e acquatico. Allo stesso tempo attirano microfilm batterici o algali, come qualunque cosa rimanga in acqua anche per pochi secondi, diventando appetitosi per lo zooplancton erbivoro, una biomassa immensa, che si nutre di fitoplancton. Così nelle reti trofiche si assiste a una trasmissione di sostanze tossiche che via via cresce nella piramide alimentare. Che i pesci assumano microplastiche, per noi, potrebbe essere un problema secondario visto che per il consumo scartiamo gli organi interni. L’aspetto critico è però quel che rimane nei tessuti: composti organici persistenti o accumuli di metalli. Non abbiamo abbastanza bibliografia in merito; il fronte della ricerca si sta sviluppando solo ora per capire quali saranno gli effetti a breve, medio o lungo termine. Attualmente si stanno studiando gli effetti obesogenici, cioè gli effetti che alcuni composti organici assimilati attraverso le microplastiche generano in cellule negli epatociti del fegato. Altri studi rivelano anche scenari nei quali queste sostanze creano disfunzioni a carico del sistema endocrino. 

Ma in Plasticene non si tocca solo la questione della plastica… 

libro Plasticene   Ho voluto allargare l’orizzonte per raccontare anche altre emergenze significative, ad esempio quella delle correnti oceaniche che oggi sono sottoposte a stress climatico. In particolare la corrente del Golfo, che riguarda in maniera diretta il nostro continente: è questa enorme lingua di calore a rendere gli inverni della costa norvegese più miti di quelli canadesi alla stessa latitudine. Si tratta praticamente di un fiume in piena in mezzo all’oceano, 100 volte più forte della portata d’acqua di tutti i fiumi del mondo. Ci si è resi conto che la corrente del Golfo in alcuni tratti trasporta meno calore, o rallenta. Una zona dell’Atlantico fra Groenlandia e Islanda, dove arrivano le ultime propaggini del suo flusso, si sta raffreddando per lo scioglimento della calotta polare groenlandese. Ma se da una parte si raffredda, sul versante opposto, lungo le coste del nord America, la corrente del Golfo diventa più calda e provoca uno squilibro ecosistemico per lo zooplancton. Gli esemplari che non amano le acque calde, così, si allontanano, spostando il loro areale verso nord. È successo ad esempio con un crostaceo di pochi millimetri, che è la base alimentare del merluzzo. Questo spostamento di enormi biomasse si trascina dietro l’intera rete trofica. Dai piccoli pesci ai grandi cetacei, le diverse specie seguono queste migrazioni. Quindi il fenomeno legato alle correnti non è solo climatico e ha conseguenze biologiche e  commerciali, come ripercussioni nell’ambito della pesca. 

Cosa metterà il punto all’epoca del Plasticene? 

Non finirà a breve. I polimeri plastici in generale hanno migliorato molti aspetti della nostra vita e permesso delle soluzioni tecnologiche di altissimo livello, ma è necessario abbandonare il monouso e la fabbricazione di nuovi materiali da plastica vergine. Bisogna anche incentivare quelle attività che utilizzano o cercano di produrre biopolimeri. In generale esiste una crisi profonda tra la scienza e i decisori politici. I modelli previsionali sono sempre più accurati, più precisi, perché alimentati da una base dati sempre più grande e significativa. I piani di mitigazione hanno però tempi di realizzazione non compatibili con quelli della scienza, con quelli di fenomeni che hanno raggiunto un’accelerazione non più trascurabile. L’ultimo risultato clamoroso è quello che prevede l’arresto della deforestazione di aree tropicali del pianeta entro il 2030: ci aspettano ancora 8 anni di deforestazione selvaggia. Non ce lo possiamo permettere, perché già oggi, ad esempio, la foresta amazzonica è in deficit di assorbimento di anidride carbonica. Anche l’oceano ha fatto un grandissimo sforzo in questo senso, ma sta arrivando alla saturazione. Quali altri segnali oltre quelli della scienza e del clima dovremmo considerare per instradarci verso un cambio radicale della politica climatica?  

 

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