Roma, 24 giugno 2026 – Nel bilancio della guerra Usa-Iran il paradosso è che Teheran può perdere capacità militare e guadagnare rendita economica e strategica. La trattativa non riguarda soltanto missili, nucleare e sanzioni: riguarda denaro, rotte, assicurazioni, accesso all’energia. Il framework con Washington prevede un fondo privato da 300 miliardi di dollari per investimenti in Iran, con oltre metà degli impegni già raccolti; separatamente, il negoziatore iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha annunciato la finalizzazione dello sblocco di 12 miliardi di asset congelati.
È il primo dividendo della pace, ma non necessariamente per la società iraniana. Anzi. Il secondo dividendo, più insidioso, passa dallo Stretto di Hormuz. Qui l’Iran non ha bisogno di chiudere il rubinetto: gli basta trasformare il rischio in tariffa. La formula potrà essere giuridicamente contestata — “pedaggio”, “fee di sicurezza”, “servizi marittimi”, registrazione delle navi — ma l’effetto economico è lo stesso: una quota del commercio energetico globale verrebbe tassata all’origine. Il punto è enorme: l’Eia stima che nel 2024 da Hormuz siano passati 20 milioni di barili al giorno, circa il 20% dei consumi mondiali di liquidi petroliferi; l’Iea indica per il 2025 quasi 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti, oltre 110 miliardi di metri cubi di Gnl, con alternative limitate o inesistenti per il gas qatariota. Basta un calcolo elementare per capire la portata della leva.
Un solo dollaro per barile sui flussi petroliferi vale oltre 7 miliardi l’anno; due dollari diventano più di 14; cinque dollari superano i 36 miliardi, senza contare eventuali oneri su Gnl, noli, assicurazioni e scorte strategiche. Non sarebbe una tassa sul petrolio iraniano, ma una rendita geopolitica sul petrolio degli altri: saudita, iracheno, kuwaitiano, qatariota, emiratino. Per questo Washington ha già avvertito che nessun Paese può imporre pedaggi su una via d’acqua internazionale; Chatham House ricorda che il regime del “transit passage” non consente di ostacolare né monetizzare il passaggio. Ma nel negoziato il nodo è entrato: la tregua prevede 60 giorni di transito senza pedaggi e poi una discussione su “amministrazione e servizi marittimi” dello Stretto.
Il vero vincitore interno sarebbe il sistema di potere dei pasdaran. Reuters ha documentato che le Guardie rivoluzionarie controllano fino a metà delle esportazioni petrolifere iraniane e, in caso di allentamento delle sanzioni, sono destinate a beneficiare di appalti, logistica, shipping, energia e costruzioni. Il fondo da 300 miliardi, gli asset sbloccati e l’eventuale rendita da Hormuz rischiano così di alimentare la stessa economia para-statale che ha sostenuto la proiezione militare iraniana nella regione. Gli Stati Uniti, al contrario, hanno un conto immediato e uno differito. Il Csis, con Mark Cancian e Chris Park, ha stimato 11,3 miliardi di dollari nei primi sei giorni e 16,5 nei primi dodici, sottolineando il peso di munizioni, perdite e danni alle basi; Cbs ha riferito valutazioni interne più vicine ai 50 miliardi rispetto ai 25 indicati pubblicamente dal Pentagono.
Ma il costo politico è forse maggiore: ogni dollaro speso in guerra si somma alla benzina più cara, alla pressione sui tassi, alla difficoltà di spiegare all’elettore americano perché Teheran ottenga liquidità e Washington deficit. Per l’Europa e per l’Italia il passaggio da Hormuz è una tassa occulta sulla manifattura. La Banca mondiale prevede nel 2026 un aumento del 24% dei prezzi energetici e del 16% delle commodity. La guerra d’Iran non ha dunque un solo conto finale. Ne ha tre: quello militare, pagato dagli Stati Uniti; quello energetico, trasferito su consumatori e industrie; quello della rendita, che Teheran cercherà di incassare attraverso ricostruzione, asset sbloccati e controllo di Hormuz. Per questo la domanda non è soltanto chi abbia vinto la guerra. È chi riuscirà a monetizzare la pace.