Schlein vuole allargare la coalizione, Delrio: “Il riformismo non si appalta”

Roma, 24 giugno 2026 – Il blocco Pd-M5s-Avs non basta. Lo ripete anche la segretaria della maggiore forza di opposizione, Elly Schlein: “L’alleanza progressista è già una realtà. Dobbiamo allargare ancora, non certo restringere”. Schlein si è anche tolta qualche sassolino dalla scarpa, alla direzione Pd: “Un pezzo di establishment malsopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Poi io sconto anche il fatto di essere una donna, stare con un’altra donna e avere quarant’anni… Ma andremo avanti lo stesso, se ne facciano una ragione”. Restano sul tavolo due temi: a chi allargare l’alleanza e come scegliere il candidato premier che dovrà sfidare Giorgia Meloni. E su questo Giuseppe Conte ha detto la sua: se Italia viva debba far parte della coalizione “non è una decisione da prendere adesso”. Mentre per la leadership, “le primarie rimangono sul tavolo così come altre soluzioni, come quella adottata nelle Regioni, dove abbiamo valutato tutti insieme il candidato più competitivo”.

E qua si è aperto un nuovo scenario: finora le opzioni in campo sembravano due, primarie o aspettare le elezioni e scegliere la guida del partito che prenderà più voti. L’accenno di Conte al “metodo regionali” ha lasciato intendere una terza possibilità: un accordo fra i partiti. Al momento, lo scenario fa pensare che i poli centristi vicini al centrosinistra saranno due: uno formato da Renzi con la sua Casa riformista, l’altro da un’alleanza fra +Europa, i civici di Onorato, il Psi, il Movimento Più Uno di Ruffini. E c’è chi sospetta che questo nuovo blocco nasca per mettere all’angolo proprio Renzi, malvisto da M5s e Avs. Infatti l’ex premier attacca: “Devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni”.

GRAZIANO DELRIO, SENATORE

Senatore Graziano Delrio, esponente cattolico dell’area riformista del Pd, sulla scorta di quanto anticipato dal capogruppo Francesco Boccia, la segretaria Elly Schlein ha confermato in direzione che l’alleanza di centrosinistra “c’è già” e va allargata. Pensa che basti per vincere?

“Devo dire che Schlein ha usato sfumature diverse: parlando delle alleanze sperimentate nelle amministrative ha voluto tenere largo il perimetro. Rispetto però al gioco di incastonare il riformismo come un’area moderata tra destra e sinistra, e non l’impegno per cambiare le cose senza palingenesi storiche, ho voluto far presente alla direzione che non si appalta il riformismo all’esterno di un grande partito come il Pd. Che deve semmai mostrarsi in tutta la propria identità”.

Quale identità?

“Quella europeista anzitutto. Nella relazione Schlein ha messo in evidenza che il Pd è convintamente europeista: per un’Europa federale, il superamento dell’unanimità, una difesa comune, senza dubbi sull’Ucraina. Altre forze hanno opinioni e sfumature diverse. Ma l’Europa è l’unica maniera di resistere agli imperi emergenti che fondano la propria forza sulla forza militare e non sul diritto. Assumendo al tempo stesso la complessità delle sfide”.

Cosa vuol dire?

“Sull’Ucraina, per esempio, non basta dire che si vuole la pace. Io sono un profondo pacifista, ma una dose di forza fa parte della dinamica della storia ed è necessaria a evitare di soccombere di fronte alla forza bruta facendo la fine di Monaco 1938, quando una finta pace ha creato premesse della guerra”.

Allora anche in Libano servirebbe una dose di forza contro l’occupazione di Israele?

“Il progetto Unifil era esattamente questo: disarmare Herzbollah e tenere Israele dietro la linea di confine, facendo in modo che le forze libanesi avessero il controllo del territorio. Se oggi il presidente libanese Aoun dice che vuole un accordo di pace, come hanno già fatto da Egitto e Giordania, dobbiamo saper assumere quest’occasione storica attesa dal 1948. L’Europa dovrebbe trasferirsi a Beirut! Un grande partito che si candida a governare deve assumere la complessità di tali questioni. Quindi smettiamo di parlare di formule e diamo l’idea che siamo un partito che vuole governare”.

In quanto a complessità, i buoni propositi di Schlein non trascurano di esaminare l’avanzata delle destre europee a partire dalla paura dello straniero alineo?

“Il problema dell’immigrazione è quasi ovunque l’argomento con cui la destra scardina le democrazie liberali. Dobbiamo assumere questo tema senza dire solo che siamo diversi. Non basta essere contro il regolamento sui rimpatri approvato da Ppe e conservatori in Europa; dobbiamo proporre come organizzare flussi regolari e integrazione degli stranieri alla luce del fallimento della Bossi-Fini. Su questo occorre confrontarsi, sempre assumendo la complessità”.

Quindi il ceto medio impoverito che oscilla tra i due poli come si persuade per vincere?

“Costruendo un’agenda del centrosinistra che contrasti efficacemente quella del centrodestra, senza alleati di serie A e B, per convincere gli italiani coi salari bassi che stai offrendo un orizzonte di speranza e cambiamento. Il primo punto è la lotta alla povertà: la settima potenza mondiale si misura anche sul fatto di non avere un milione di minori sotto la soglia di povertà. Dopo l’esperienza del reddito di inclusione del governo Renzi e quello di cittadinanza del governo Conte, siamo o no in grado di far tesoro della lezione e sedersi insieme per realizzare una misura? Questo parla al Paese, non le formule su di noi”.

Resta il deficit elettorale della sponda moderata. Al netto dei nomi, le primarie possono essere lo strumento per includerla?

“Se non sono un talent, ma un confronto di impostazione a partire da una base comune, che può essere solo l’europeismo, la cui popolarità è in aumento come elemento protettivo rispetto alle crisi mondiali”.