Roma, 17 ottobre 2025 – “Se Hamas continua a uccidere persone a Gaza, cosa che non era prevista dall’accordo, non avremo altra scelta se non quella di andare lì a ucciderli”. Passati gli onori e i trionfi di lunedì scorso a Sharm el-Sheikh, il presidente americano, Donald Trump rispolvera le maniere forti per cercare di passare alla fase due del piano – stabilizzazione e ricostruzione di Gaza – mentre la situazione si fa sempre più fragile.
Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu non gli è sicuramente di grande aiuto. Non solo ha dichiarato che la guerra ‘non è finita’, ma anche aggiunto che i nemici di Israele si stanno riarmando. Ha ridotto gli ingressi di aiuti nella Striscia a numeri molto inferiori di quelli permessi dall’accordo (circa 150 invece di 600 camion al giorno). E il vitale valico di Rafah a sud sarà chiuso fino a domenica.
A Tel Aviv del resto monta il disappunto per i corpi degli ostaggi che non sono stati ancora riconsegnati. Anche Netanyahu ha detto che se non arriveranno “agirà di conseguenza”. In serata ha fatto il punto con Trump. Nello stesso tempo, preoccupa anche la situazione interna. Hamas è stata incaricata dal tycoon di svolgere operazioni di polizia fino a quando non si sarà instaurata la nuova governance. Ma, di fatto, sta portando avanti un duro regolamento di conti, di cui fanno le spese soprattutto i civili.
Security First
Trump ha fretta e vuole passare quanto prima alla fase due del suo piano. Barack Ravid di Axios, testata sempre molto bene informata, ha citato due consiglieri del presidente, secondo i quali il tycoon sarebbe “attivamente impegnato” in questa seconda parte, che si dirama su due direttrici.
La prima è la composizione di una forza di sicurezza multinazionale. La seconda è la selezione di leader civili palestinesi che non abbiano legami con l’organizzazione terroristica Hamas e possano guidare la transizione politica. La situazione resta delicata. Se da una parte i miliziani hanno onorato l’ex leader Sinwar, ucciso da Israele, il premier Netanyahu, ieri, è stato netto: “Grandi sfide ci attendono ora dai nostri nemici che cercano di riarmarsi”. Ieri ha riunito i suoi consiglieri per decidere eventuali risposte ad Hamas: la convinzione è che menta e che potrebbe restituire altri corpi. Pace sì, ma con il coltello dietro la schiena.
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Italia in campo
L’Italia è pronta a fare la sua parte, con il governo Meloni che vede in questo processo anche un’occasione per aumentare il proprio prestigio internazionale. Da Napoli, dove si trovava per la sessione sessione di apertura dell’undicesima edizione dei Med Dialogues, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto: “Noi italiani siamo pronti a fare tutta la nostra parte dal punto di vista umanitario e della ricostruzione, siamo pronti a continuare a formare la polizia palestinese e a partecipare a eventuali missioni di pace con i nostri militari” Un piano appoggiato anche dall’opposizione, purché sotto mandato Onu.
Il ruolo dell’arma
Presenza italiana anche al valico di Rafah. Ieri, 30 agenti di polizia militare europei, fra cui sette carabinieri, sono arrivati all’ingresso della Striscia. Sono impegnati nell’operazione Eubam, una missione civile dell’Unione Europea istituita per fornire assistenza tecnica e consulenza in materia di gestione delle frontiere in aree di particolare fragilità.
Ma l’impegno italiano potrebbe essere ancora più cospicuo. Si sta infatti valutando l’invio di circa duecento carabinieri per addestrare le forze locali palestinesi, oltre alla possibile presenza di uomini del genio militare dell’Esercito per rimuovere mine terrestri e ordigni bellici.