La politica nell’epoca del plebiscito: i leader a caccia di ampi consensi

Roma, 20 ottobre 2026 – Il plebiscito è uno stato d’animo, più che un obiettivo politico; si cerca l’acclamazione, l’approvazione, l’unanimità per preservarsi dal logorio della coalizione moderna, segnatamente quella campolarghista. A settembre Beppe Conte aveva stimolato la base del M5S con Nova: centocinquantanove quesiti, compreso uno sull’invio di armi all’Ucraina. Il 94,1% aveva votato contro il piano di riarmo europeo e il 91,8% contro l’aumento della spesa per la difesa; il 97,9% aveva votato a favore di una conferenza internazionale e del riconoscimento dello Stato di Palestina. Domenica scorsa, all’assemblea del Pd, Elly Schlein è stata prorogata con il 95,22% e la sua segreteria proseguirà oltre il 12 marzo 2027, evviva evviva.

Apoteosi della über segretaria, quella che supera le correnti gravitazionali ma anche le correnti del Pd. Riformisti in disordine rimessi in riga, senza leader da poter candidare perché la grande chiesa dei Democratici non permette candidature extra.

“Il plebiscito può assumere un carattere pubblico qualora i capi o i simboli dello Stato si espongano allo sguardo di tutti” scrive Ernst Jünger nel suo Trattato del ribelle: “Lo spettacolo di grandi masse in preda al delirio della passione è tra i segni più importanti del nostro ingresso in un’epoca nuova”. Oggigiorno purtroppo le masse sono piccine, quelle dei partiti ancor di più. Ma dal punto di vista tecnico, rimane sempre vero che “le elezioni in cui il cento per cento dei suffragi risulta conforme all’orientamento desiderato non presentano difficoltà di sorta. La cifra è già stata raggiunta, anzi addirittura superata perché può succedere che in talune circoscrizioni il numero dei voti superi quello dei votanti. Incidenti che dipendono da errori nella regia che non sempre il popolo è disposto ad avallare senza batter ciglio”.

Le camionate di gente che arrivano all’assemblea del Pd servono a questo; ad evitare che cali l’entusiasmo, che il plebiscito sia meno plebiscitario. È tutto lavoro per gli addetti alla propaganda, che sognano il cento per cento ma sanno quanto sia preferibile non ottenerlo. “Cento per cento: ecco la proporzione ideale, che rimane irraggiungibile come tutti gli ideali. Ad essa tuttavia ci si può avvicinare proprio come nello sport ci si approssima di alcune frazioni di secondo o di metro a determinati record, parimenti irraggiungibili. Di quanto sia lecito avvicinarsi dipende a sua volta da un insieme di complesse considerazioni”, scrive Jünger.

Per questo è sempre meglio restare modesti e puntare non al cento per cento, ma al 98%. “Gli organizzatori traggono un duplice vantaggio da quei due voti: in primo luogo essi conferiscono attendibilità agli altri novantotto in quanto attestano che ciascuno dei votanti avrebbe potuto esprimersi come quel due per cento. Ogni voto favorevole acquista così valore, autenticità e validità”. Schlein insomma si è quasi avvicinata alla quota Jünger, evviva evviva.