La sfida dell’Europa: difesa, tecnologia e sovranità. Ora l’Ue ragiona da potenza

Roma, 1 luglio 2026 – In Europa, tra le pieghe di una stagione politica segnata da crisi successive e adattamenti forzati, comincia a intravedersi finalmente uno schema. Non un disegno compiuto, né una visione coerente nel senso classico dell’integrazione comunitaria, ma una linea di convergenza pragmatica che nasce dalla pressione degli eventi più che da una rinnovata fede europeista. Il recente vertice E5 – che ha riunito le principali potenze del continente – ha reso visibile questo mutamento: la priorità non è più l’armonizzazione normativa o l’ambizione regolatoria, bensì la costruzione di una capacità autonoma di difesa e la messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento strategiche.

Si tratta di un cambio di paradigma rilevante. Per oltre un decennio, l’Unione ha investito gran parte del proprio capitale politico nella regolazione: digitale, ambientale, finanziaria. Oggi, invece, il baricentro si sposta verso la dimensione più classica della potenza statale: sicurezza, industria, politica estera. La burocrazia e la normazione sono ancora eccessive in molti settori, ma almeno c’è una concentrazione sulle questioni strategiche fondamentali. La guerra in Ucraina ha agito da catalizzatore, ma non è l’unico fattore. Il progressivo disimpegno americano dal teatro europeo, o quantomeno la sua crescente imprevedibilità, ha imposto una presa di coscienza che fino a pochi anni fa appariva prematura.

Eppure, questa evoluzione non implica uno strappo con Washington. Al contrario, la consapevolezza della dipendenza europea in settori chiave – dai sistemi d’arma avanzati alle infrastrutture digitali – induce i governi a muoversi lungo una linea di equilibrio: maggiore autonomia senza rottura, integrazione selettiva senza velleità autarchiche. È una forma di realismo strategico che segna la maturazione, seppur tardiva, della politica europea. In questo quadro si è fatta strada anche una lezione più scomoda, maturata negli anni recenti e resa esplicita dall’esperienza trumpiana.

Non basta più, per gli alleati europei, offrire basi militari e supporto logistico alle operazioni statunitensi, come a lungo ha fatto anche l’Italia: la richiesta che proviene da Washington è sempre più quella di un coinvolgimento diretto, operativo, nelle campagne militari. È un salto qualitativo che trasforma il rapporto tra alleati e che molti governi europei percepiscono come eccessivamente sbilanciato, se non apertamente imperiale. Per contenere questa deriva e riequilibrare il rapporto transatlantico, gli europei non hanno molte alternative: fare quadrato sul piano politico e rafforzare in modo credibile la propria capacità militare, così da poter negoziare da una posizione meno subordinata. Ciò che colpisce di più è la convergenza tra leadership che fino a ieri apparivano distanti, se non contrapposte.

German Chancellor Friedrich Merz (R) and French President Emmanuel Macron greet each other ahead of a meeting on the sidelines of the EU-Western Balkans Summit at Porto Montenegro in Tivat on June 5, 2026. (Photo by Ludovic MARIN / AFP)

Giorgia Meloni, la cui traiettoria politica era stata a lungo associata a posizioni euroscettiche e a una certa affinità con il trumpismo, si è progressivamente orientata verso una logica di integrazione funzionale tra Stati, accettando l’idea che su difesa e sicurezza non esistano alternative credibili alla cooperazione. Dall’altra parte, Emmanuel Macron e Friedrich Merz sembrano aver accantonato, almeno temporaneamente, alcune delle priorità che avevano caratterizzato la stagione precedente: la regolazione dell’intelligenza artificiale e le politiche ambientali più ambiziose, percepite ormai come fattori di svantaggio competitivo per l’industria europea. Non si tratta di una conversione ideologica, ma di un riallineamento dettato dalla realtà.

La competizione globale, la pressione delle potenze revisioniste e le tensioni nelle catene del valore hanno imposto una gerarchia più stringente delle priorità. In questo contesto, la difesa e la politica estera tornano ad essere il nucleo duro dell’integrazione, mentre altri ambiti vengono relegati a un ruolo secondario o comunque subordinato. Il risultato è una progressiva dissoluzione delle categorie politiche che hanno dominato il dibattito degli ultimi anni. La contrapposizione tra sovranisti ed europeisti appare sempre più sfumata. I primi hanno accettato forme di integrazione mirata su dossier cruciali; i secondi hanno rinunciato a una visione espansiva e normativa dell’Unione, concentrandosi su pochi ambiti essenziali. È una convergenza al ribasso, si potrebbe dire, ma anche una convergenza più solida perché ancorata agli interessi concreti degli Stati. Resta da capire se questo schema nascente sia destinato a consolidarsi o se rappresenti solo una risposta contingente a una fase eccezionale.