Latte e carne possono fare greenwashing ma “bistecca vegan” non si può dire

Latte e carne possono fare greenwashing ma “bistecca vegan” non si può dire” è stato pubblicato su Vegolosi, magazine di cultura e cucina 100% vegetale

Un recente studio pubblicato sulla rivista Plos Climate si è messo a spulciare un po’ tutte le promesse “verdi” (ossia le dichiarazioni ambientali) fatte delle aziende di carne e latte negli ultimi anni, nella fattispecie dal 2021 al 2024. Si tratta anche di quelle frasi che si leggono sulle confezioni dei prodotti, oppure che si ascoltano nelle pubblicità. Qualche esempio? “Raggiungere la neutralità carbonica entro il 2030” oppure “Ripristino di 600 miliardi di litri d’acqua nelle regioni a rischio idrico entro il 2030”. Ecco, praticamente il 98% di queste dichiarazioni d’intenti non è verificabile, ossia non ci sono prove a sostegno che questo avvenga davvero. Nel frattempo  però un po’ di vernice verde viene sparpagliata qui e là per far intendere al consumatore che sta comprando un prodotto che fa del bene a qualcuno o a qualcosa.

È una tecnica vecchia come il mondo: un pacchetto di biscotti verde con richiami alle foglie, ai fiori, alle spighe di grano, è certamente volto a catturare l’attenzione di un pubblico che vorrebbe davvero comprare meglio dato che nessuno può ignorare il pasticcio grosso in cui ci siamo cacciati con la crisi climatica. Lo sanno anche i sassi (e lo sanno anche i negazionisti e i complottisti, anche se negano). Se la cosa riguardasse solo noi potremmo anche dolerci senza impegno, il problema è che tutto questo impatta su milioni di altre vite: animali e piante che, a ritmo vergognosamente alto continuano ad estinguersi. E se è pure vero che piante e animali cercano in tutti i modi di adattarsi a queste “scimmie nude” provando ad aggirarci in tutti i modi, rimane che nel mondo gli animali selvatici sono solo il 4% della biosfera, gli oceani si scaldano e si acidificano ed è sempre più probabile che la Corrente del Golfo (fondamentale per il clima) si inverta, lasciandoci in braghe di tela.

Eppure, nascono da anni leggi votate a furor di mani contro il “meat-sounding”, contro il “milk sounding”: l’imperativo categorico è impedire che un alimento vegetale si chiami “cotoletta” rendendo più semplice orientarsi all’acquisto per chi non ci capisce un’acca di alimentazione veg impattando subito meno sul clima con il suo acquisto (anche qui gli studi continuano a fioccare). Giammai: ci sono multe fino a 30 mila euro in Europa per chi si azzarda a scrivere che quella pallina di anacardi e latte di soia “non è fatta di latte”, ma non c’è una sola legge che imponga alle aziende di non poter scrivere bugie grosse come loro sul fatto che , mentre producono, faranno del bene al Pianeta. Non rischiano nulla, anzi, alla peggio ci guadagnano in “crediti verdi” in faccia ai consumatori che a quella decarbonizzazione magari ci credono quando in realtà quello che accade è che le aziende magari “compensano” piantando qualche migliaio di alberelli in qualche posto del mondo (alberi che per compensare le emissioni ne hanno tanta di cellulosa da far crescere).

Scavando nel repertorio delle frasi delle nonne mi viene in mente”Due pesi, due misure“, mi sembra quella più adatta a spiegare cosa succede. E noi, cosa possiamo fare? Lo so che purtroppo la responsabilità cade sempre su di noi singoli, ma tant’è. Possiamo mangiare vegano, prima di tutto, possiamo controllare anche da chi compriamo quel cibo vegan evitando di tornare a dare i nostri sesterzi sempre a quelle quattro aziende lì. Possiamo informarci, possiamo stare attenti alle confezioni verdi e possiamo avvisare anche quelli che la carne e il latte ancora li comprano.

Latte e carne possono fare greenwashing ma “bistecca vegan” non si può dire” è stato pubblicato su Vegolosi, magazine di cultura e cucina 100% vegetale.
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