Roma, 9 settembre 2026 – Cardiopalma fino all’ultimo secondo: lo Stabilicum pare nato sotto una cattiva stella. All’ultimo miglio a Palazzo Madama spunta un ordigno capace di far saltare il varo della riforma e, con essa, l’intero governo. A innescarlo sono un paio di subemendamenti del Pd, a firma Dario Parrini e Nicola Irto, fotocopia della proposta del campo largo unito in commissione Affari Costituzionali e non ammessa al voto: preferenze libere, niente nomi prestampati e addio definitivo ai capilista bloccati nel pieno rispetto dell’alternanza di genere.Una sfida frontale, insomma, al faticoso compromesso del centrodestra,tutto blindato su capilista intoccabili e tre crocette in una rosa di sei nomi. “Avrà coraggio Fratelli d’Italia? Terrà la schiena dritta?”, tuona Parrini in Aula.
Le certezze vacillano e da via della Scrofa filtra un’ammissione, che alcuni attribuiscono a Giovanni Donzelli: “La riflessione è aperta”. Un “sì” tricolore consumerebbe uno strappo con Salvini e Tajani, trasformando in un calvario il voto segreto alla Camera, dove il testo approda il 28 settembre. “Salterebbe tutto”, ammette un dirigente forzista, paventando contraccolpi fatali per l’esecutivo. Nei corridoi del Senato prende corpo un sospetto: l’obiettivo inconfessabile della premier è sbarazzarsi di una riforma che, complice l’ingombrante discesa in campo di Roberto Vannacci, rischia di fare più danni che altro. Ipotesi respinta al mittente da Andrea De Priamo (FdI): “Non c’è assolutamente la volontà di far saltare questa legge”.
Lo sherpa meloniano Angelo Rossi chiarisce con pragmatismo: “Il miglior risultato possibile con il Rosatellum sarebbe comunque inferiore al peggiore ottenibile con lo Stabilicum”. Forse sono solo veleni sparsi ad arte dall’opposizione, che intanto ringrazia Ignazio La Russa: ammettendo i subemendamenti ai testi del centrodestra, il presidente del Senato ha di fatto apparecchiato la trappola peril voto odierno. Pergli azzurri, però, le esitazioni e i dubbi di FdI suonano come un ricatto inaccettabile e l’aut-aut è esplicito: “Forza Italia voterà convintamente l’emendamento sulle preferenze presentato dalla maggioranza. Confidiamo nella serietà e nella lealtà degli alleatirispetto agli accordi raggiunti, certi che nessuno intenda aprire un problema politico all’interno della coalizione”.
Il rischio del “liberi tutti” è a un passo. Matteo Salvini taglia corto e blinda l’intesa: per la Lega “il testo va bene così com’è”. A via della Scrofa la consapevolezza è una sola: su uno snodo del genere, l’ultima parola spetta unicamente a Giorgia Meloni. Per chiudere la riflessione, c’è tempo fino a questo pomeriggio, quando si inizierà a votare. Se le preferenze restano un thriller, la mina del ballottaggio è disinnescata da una provvidenziale telefonata di La Russa a Marcello Pera: all’ex presidente del Senato è stato chiesto un passo indietro per blindare la coalizione. “Di fronte a 200 colleghi che dicono ‘no’ non mi piace fare il ‘Pierino’ — ha spiegato Pera in Aula —. Ritiro formalmente l’emendamento, ma è un’occasione persa, in questo modo non si elimina il rischio della palude”.
Fine del ballottaggio e delle illusioni sulla soglia d’accesso al premio: l’asticella resta al 42%, affossando il blitz di FdI (osteggiato dagli azzurri) per abbassarla al 41%. Resta l’ultimo rebus, quello della norma salva-cespugli, che nemmeno la riunione degli sherpa è riuscita a sciogliere. Alla Camera era stata Forza Italia a imporre che i partiti sotto il 3% non portassero in dote i propri voti per il calcolo del premio. Ora però gli azzurri, sempre per arginare i moderati del fronte opposto (su tutti Onorato), spingono per non togliere l’asticella ma abbassarla al 2% o all’1%. FdI rilancia con l’”opzione zero”, nessun voto escluso. Un’ipotesi caldeggiata a seguito di un monito ineludibile del Quirinale: escludere i partitini dal riparto dei seggi è un conto, ma azzerarli per assegnare il premio di maggioranza rischia di tradire palesemente la volontà delle urne. L’aritmetica democratica non ammette sconti