La giornata di ieri a Montecitorio ha confermato che sulla legge elettorale la partita dentro la maggioranza è tutt’altro che chiusa. La Camera ha respinto anche l’emendamento sulle preferenze presentato da Futuro nazionale, dopo aver già bocciato quello del centrodestra, ma il voto ha lasciato una frattura evidente: Fratelli d’Italia, in nome della “coerenza”, ha scelto per la prima volta di votare insieme ai deputati vicini a Roberto Vannacci, mentre Lega e Forza Italia hanno mantenuto la linea contraria.
La riforma, però, non si è fermata. Il provvedimento ha continuato il suo percorso nonostante il pressing delle opposizioni, che hanno chiesto alla maggioranza di fermarsi e hanno denunciato una spaccatura interna sempre più evidente.
Cosa è successo ieri
La mattinata era iniziata con un’indiscrezione: il relatore di maggioranza Angelo Rossi, deputato di FdI, avrebbe potuto cambiare il proprio parere sugli emendamenti sulle preferenze. La posizione inizialmente contraria è diventata una “remissione all’Aula”, lasciando libertà di voto ai parlamentari meloniani. Una scelta che ha consentito a Fratelli d’Italia di sostenere la proposta di Futuro nazionale, più ampia rispetto alla mediazione precedente che prevedeva il mantenimento dei capilista bloccati.
“Abbiamo fatto la nostra battaglia a viso aperto”, ha spiegato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, rivendicando la posizione del partito. La decisione è stata letta come un modo per difendere la linea favorevole alle preferenze e, allo stesso tempo, mandare un messaggio agli alleati.
Il confronto potrebbe però riaprirsi al Senato. A ricordarlo è stato il presidente di Palazzo Madama Ignazio La Russa: “Ho parlato da presidente del Senato e ho ricordato che nel sistema bicamerale quello che viene votato in un ramo del Parlamento può essere cambiato dall’altro”. E davanti alle accuse di non aver rispettato il ruolo di arbitro ha replicato: “Se a qualcuno non piace, riformuli la Costituzione”.
Il calendario della riforma, almeno per ora, resta invariato: approvazione alla Camera, passaggio al Senato in commissione prima della pausa estiva e discussione in Aula a settembre. Un eventuale intervento sulle preferenze a Palazzo Madama comporterebbe però un nuovo passaggio a Montecitorio.
Sul fronte politico, la tensione è rimasta alta anche per lo scontro sulla parità di genere. Elly Schlein ha accusato Giorgia Meloni di aver “tradito le donne per il potere”. La segretaria dem ha definito “assurdo che la maggioranza fischietti come se non fosse successo nulla” e ha attaccato la premier per aver scelto di “sacrificare le altre donne per il potere”.
Nel centrodestra, intanto, sono iniziate le riflessioni sulle cause della spaccatura. Meloni, nel giorno successivo al voto, ha cercato di trasmettere un messaggio di continuità: “Intendiamo andare avanti”. La premier ha definito la sconfitta sulle preferenze “solo un incidente parlamentare”, ma a Palazzo Chigi sono partite le valutazioni sui responsabili e sui possibili scenari futuri.
Nessun vertice di maggioranza è stato convocato, anche se i contatti tra i leader sono proseguiti. Tra i meloniani sono circolati sospetti sui franchi tiratori, stimati in alcune ricostruzioni fino a 40-50. Nel mirino sono finiti soprattutto alcuni deputati di Forza Italia e della Lega.
Nei tabulati dei voti sono stati evidenziati anche i nomi di alcuni esponenti leghisti, tra cui il ministro Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario Federico Freni e la viceministra Vannia Gava, risultati presenti ma non partecipanti al voto. “Un segnale grave quello di Giorgetti”, è stato il commento arrivato da alcuni esponenti di Fratelli d’Italia.
Nonostante le tensioni, al momento Palazzo Chigi esclude scenari estremi come una crisi di governo. L’obiettivo resta chiudere il percorso della legge elettorale e arrivare alla prossima legge di bilancio. Ma molto dipenderà da come si concluderà il confronto sulle preferenze, destinato a rappresentare uno dei passaggi più delicati della legislatura.
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