L’ex pm Antonio Di Pietro: “Un indagato non si dimetta. Al referendum voterò sì”

Roma, 27 luglio 2025 – Si mostra scettico sulle inchieste in corso a Milano e Pesaro: “Lo sviluppo urbanistico e l’attività politica in sé non possono essere considerati reati”. Considera un salto di civiltà che “finalmente tutti o quasi si siano convinti che l’avviso di garanzia non debba portare a dimissioni”. Annuncia che voterà sì al referendum sulla giustizia: “La riforma è la logica conseguenza del sistema accusatorio introdotto nel 1989”. A mettere in fila i nodi della questione politica e giustizia è Antonio Di Pietro che ha appena subito un furto nella casa di Montenero di Bisaccia: “Si sono concentrati su cose specifiche, hard disk, carte”, spiega. E, più che preoccupato, sembra preparato e come avvezzo a evenienze simili: “Che vuoi fare, ci vuole pazienza”.

Antonio Di Pietro

Milano, Pesaro. Molti osservatori parlano di reati evanescenti.

“Lo sviluppo urbanistico di una città o l’attività politica in sé non sono fatti che possono essere sottoposti alla valutazione penale. Ma se il magistrato ha proceduto, devo presumere che, all’interno di questo sistema, qualcuno ha voluto guadagnarci sopra. In questo momento siamo in una situazione magmatica, nella quale vedo la necessità che si arrivi all’esito dell’indagine per distinguere il grano dal loglio”.

Lei conosce il sindaco Giuseppe Sala: che idea si è fatto della politica urbanistica di Milano?

“Conoscendolo sono convinto che Sala aveva e ha in mente lo sviluppo di Milano come la decima o l’undicesima metropoli mondiale, con la necessità di crescere in altezza laddove non c’è più spazio in larghezza. È una impostazione urbanistica: si può discutere politicamente, ma non è un fatto penale. Vedremo se ci saranno stati comportamenti illeciti. Certo, per come stanno le cose, ha fatto bene a non dimettersi”.

E nel caso di Pesaro e di Matteo Ricci?

“Anche Ricci ha fatto bene ad andare avanti. Non posso pensare che l’ipotesi delittuosa nel suo caso sia solo la ricerca dell’utilità politica, perché sarebbe davvero irreale. Per definizione il politico fa cose che ritiene possano soddisfare interessi della comunità e, facendolo, è legittimo che pensi che possa derivarne anche un vantaggio politico in termini di consensi”.

In entrambe le circostanze ci potrebbero essere comportamenti illeciti di collaboratori: non ci sarebbe una responsabilità politica?

“Il giorno dopo siamo tutti capaci di dire che c’è una responsabilità politica, perché tu non dovevi scegliere Tizio, non dovevi scegliere Caio. Voglio ricordare, però, solo una cosa: voi pensate che Gesù Cristo voleva il suo Giuda? Anch’io ho fatto scelte di miei collaboratori che si sono rivelate sbagliate, ma quando le ho fatte ero convinto di avere fatto la cosa giusta. Sala e Ricci, se emergessero colpe di collaboratori, sarebbero parti lese”.

La politica, per una volta, sembra avere strumentalizzato meno che in altre occasioni le inchieste: se pensiamo solo alle manifestazioni contro Toti.

“Sembra che emerga, nelle forze politiche, la consapevolezza che un avviso di garanzia a un politico non deve portare automaticamente alle dimissioni. È un’acquisizione importante, dopo decenni nei quali si è assistito alla criminalizzazione dell’avversario e all’autoassoluzione dei propri esponenti”.

Il nodo politica-giustizia, però, resta centrale. La riforma approvata la convince?

“L’unica amarezza che mi dà questa riforma è che centrodestra e berlusconiani ci abbiano messo il cappello, quando in realtà è una riforma che nasce nel 1989. Allora con la riforma Vassalli del codice nasce il sistema accusatorio e in quel sistema viene previsto che le parti, accusa e difesa, in ragione di parità devono stare davanti a un giudice terzo. Quindi, perché le parti (e, nello specifico, la difesa) non si sentano in soggezione, ci deve essere una netta separazione tra il giudice e il pm: non devono avere niente a che fare l’uno con l’altro: niente concorso insieme, niente colleganza, niente altre commistioni”.

Era già allora per la separazione delle carriere?

“Certo. Io sicuramente, a differenza del ministro Nordio”.

Dall’Anm e dall’opposizione si paventano, però, rischi per l’autonomia dei pm. Sono fondati?

“Basta leggere l’attuale articolo della Costituzione sull’indipendenza e confrontarlo con il nuovo: non cambia niente per l’autonomia dei giudici e dei pm. È una strumentalizzazione che viene fatta facendo credere che con la riforma il pubblico ministero possa essere sottomesso all’esecutivo. È semplicemente falso. Oggi come in passato e come domani se un magistrato vuole cedere al politico di turno, lo fa perché lo vuole fare, non perché ci sia nessun politico che possa assoggettarlo. Un pubblico ministero può essere fermato solo e dico solo dal tritolo o da un altro magistrato. Vale oggi e varrà domani”.

È plausibile che voterà sì al referendum sulla riforma?

“Certamente sì, con l’amarezza alla quale accennavo”.