L’Iran diviso. “Falchi contrari. L’intesa è fragile”

Roma, 15 giugno 2026 – Nucleare, asset congelati e nodo Libano. L’accordo, secondo Farian Sabahi, professoressa associata in Storia contemporanea alll’Università dell’Insubria, presenta molte criticità. 

Professoressa Sabahi, Donald Trump continua a parlare di un accordo imminente con Teheran. È davvero così?

“Le fonti iraniane continuano a smentire l’esistenza di un’intesa definitiva. Più che una realtà negoziale, quella di Trump sembra una dichiarazione per il suo ottantesimo”.

Si è però parlato anche di divisioni a Teheran.

“I falchi di Teheran avevano criticato il team di negoziatori iraniani nei colloqui con gli Stati Uniti. Erano così emerse spaccature all’interno dell’establishment iraniano, con i falchi che criticano aspramente i dettagli trapelati del potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran e spingono per una linea più dura. Il presidente Masud Pezeshkian, in un incontro con i dirigenti dei media, ha dichiarato che si deve perseguire la via del dialogo”.

Torino, 20-10-2009 ITALY. The journalist and university teacher Farian Sabahi at home Pictured: Farian Sabahi Photo by © Filippo Alfero/OTNPhotos Obligatory Credit

Quali sono i punti più critici?

“Il primo riguarda il programma nucleare iraniano. Il secondo lo scongelamento degli asset iraniani all’estero. Il terzo è la guerra regionale, in particolare il ritiro di Israele dal Libano. Sono dossier strettamente collegati: se salta uno, rischiano di saltare tutti”.

Partiamo dal nucleare.

“La questione sono I 450 chili di uranio arricchito al 60% in contenitori di piombo sepolti sotto I detriti della centrale di Isfahan bombardata dagli americani. Un terreno che è stato minato dai Pasdaran per impedirvi l’accesso”.

Quindi il vero problema non è produrre uranio ma controllarlo?

“Esattamente. Per anni il negoziato si è concentrato sulla quantità di uranio arricchito. Oggi il tema è anche la sua tracciabilità. Senza verifiche credibili, qualsiasi accordo rischia di essere fragile”.

https://www.quotidiano.net/video/esteri/raid-israeliano-sulla-periferia-sud-di-beirut-lwznkjp8

Dove si trova secondo lei il nodo più delicato?

“A mio avviso negli asset iraniani congelati all’estero. Parliamo di circa cento miliardi di petroldollari, profitti della vendita di greggio bloccati a causa del ritiro unilaterale di Trump dall’accordo del 2015 e l’avvio di nuove sanzioni. Per la leadership iraniana non si tratta soltanto di una questione economica: è una questione politica e strategica”.

Perché sono così importanti?

“Perché in Iran la crisi economica è molto grave e quei soldi servono alla leadership per elargire sussidi alla popolazione e dare respiro alle attività economiche. Teheran considera lo scongelamento di quei fondi una prova concreta della volontà americana di raggiungere un accordo. Senza progressi su questo fronte, è difficile immaginare concessioni significative sul nucleare”.

Quanto pesa Israele in questo quadro?

“Moltissimo. Ogni escalation militare rischia di compromettere il negoziato. Teheran ha più volte lasciato intendere che altri bombardamenti su Beirut renderanno vani i colloqui”.