Keanu Reeves: “I Dogstar sono il mio grande amore. Come musicista non ho bisogno di essere famoso”

Milano – Ed io tra di voi. Anche se a Los Angeles sono le 10 del mattino, Keanu Reeves sembra essersi appena svegliato. Ha lo sguardo implorante una tazza di caffè e poco da dire. Così, a raccontare quei Dogstar in arrivo l’11 luglio a Roma, il 12 a Bari, il 14 a Pordenone e il 15 luglio agli Arcimboldi di Milano ci pensano soprattutto il chitarrista e frontman Bret Domrose e il loquace batterista Robert “Rob” Mailhouse. Lui, il bassista caduto sulla terra, si limita ad annuire lasciando pensieri sparsi. Vietato evocare la parola “cinema”, come se Keanu non fosse un divo di Hollywood, e, soprattutto, come se la curiosità che permette ai Dogstar di vendere biglietti in giro per il mondo non sia alimentata dal fatto di vedere all’opera l’idolo di “Matrix” in vesti di rocker.

Keanu Reeves during the Moto GP race of the Motorcycling Grand Prix of Italy at the Mugello circuit in Scarperia, central Italy, 22 June 2025 ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

Siete rimasti lontani vent’anni. Poi, complice la pandemia, il sodalizio è ripreso.

BD – “Già, ma abbiamo continuato a sentirci, quindi, il filo fra noi non s’è mai interrotto. Nel 2023 la storia è ripartita con la pubblicazione di ‘Somewhere between the power lines and palm trees’ che l’anno successivo abbiamo presentato pure in Italia a Gardone Riviera, Udine, Bologna e Torino”.

È appena uscito “All in now”. Cosa segna per i Dogstar questo quarto capitolo discografico?

KR – “Una continuità, una prosecuzione. Avevamo addosso molta energia da sfogare, quella accumulata dalla gioia di andarcene nuovamente in tour assieme”.

Da quando avete mosso i primi passi, nel ’91, il contesto è molto cambiato. Cosa pensate oggi della musica che gira intorno?

BD – Anche se non ho preclusioni di sorta, rimango un rocker affezionato alla musica prodotta con strumenti veri quali chitarra, basso e batteria, piuttosto che elettronici. Comunque penso ci sia spazio per tutti”.

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RM – “Grazie alla tecnologia, oggi chiunque può creare musica nella sua cameretta. E questo espande l’offerta in modo incredibile, consentendo di esprimersi a chiunque lo voglia, con qualsiasi tipo di strumento. Noi, ovviamente, prediligiamo la musica suonata perché è quella con cui siamo cresciuti. Mi sembra, però, che pure tra i giovani e giovanissimi non esistano solo laptop e drum machine”.

Intelligenza artificiale e musica, cosa ne pensate?

BD – “L’arte è connessione umana. Quindi una macchina non sarà mai in grado di farlo allo stesso modo perché le manca proprio questo tipo di legame”.

RM – “Penso che l’Ai sia ottima per il controllo ortografico, per evolvere la ricerca scientifica e, magari, per aiutare il pianeta a salvarsi dal riscaldamento globale. In campo artistico è molto superficiale e non credo se ne senta un bisogno reale”.

KR – “La gente faccia come crede. Noi siamo una rockband”.

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Dite di non essere una formazione politica, ma uno dei nuovi pezzi, “What is”, sembra parlare di Donald Trump quando dice “mano nella mano, stai portando tutti su questa auto a schiantarsi contro il muro”, aggiungendo “stiamo perdendo fiducia in tutto ciò che fai / stai attento perché quando la fiducia si spezza poi è difficile rimediare”. Pensate che la musica possa unire le persone, dando vita un sentimento comune?

KR – “Assolutamente sì. E per gli artisti è importante cogliere questa opportunità”.

BD – “Ripensando agli Anni 60 e al ruolo avuto dalla musica nel dare voce a chi non ne ha, penso che oggi la missione rimanga immutata. Non tutti gli artisti sono obbligati ad esprimere un pensiero politico, ma la canzone resta un modo molto efficace per unire cuori, menti e anime delle persone. Trovo, infatti, importante prendere posizione e far sentire la propria voce, a tutti i livelli, non solo nella musica”.

RM – “A volte nei concerti è bello evadere dalle sofferenze del mondo. Usare la musica per volarsene altrove è un po’ come spegnere la tv e leggersi un libro o lasciare a casa il cellulare per andarsene a passeggiare nei boschi. La musica può essere impegno o svago, dipende dallo stato d’animo di chi la fa. Ma, nell’uno e nell’altro caso, sul palco dev’esserci un artista con dentro qualcosa da tirare fuori”.

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Per una band come la vostra il pubblico è lo stesso dappertutto?

BD – “Il pubblico è diverso ovunque. Tra le gioie dell’andarsene in tour, una è proprio questa: avere la possibilità d’immergersi in culture ed energie diverse. Il pubblico italiano, ad esempio, è dirompente, passionale, mentre quello giapponese, invece, ascolta con grande attenzione e reagisce solo a fine brano. Come ci capita negli Strati Uniti, persino all’interno dello stesso puoi andare incontro a reazioni molto diverse”.

Leggendo vostre interviste degli Anni ’90 si percepisce chiaramente un gran divertimento. Trent’anni dopo, v’è rimasta addosso ancora un po’ di quella spensieratezza?

KR – “Forse non ci divertiamo più come quando avevamo trent’anni, ma penso che il piacere di stare assieme sia ancora il collante del gruppo”.

RM – “Io mi diverto più adesso. Forse perché amo più la nostra musica attuale di quella passata”.

BD – “Oggi meglio di ieri anche perché abbiamo il totale controllo creativo di quel che facciamo. Autofinanziandoci, infatti, non dobbiamo rendere conto a nessuno. Questo porta con sé una grande libertà. E più sei libero, più ti senti leggero, più ti diverti”.

Keanu la infastidisce il fatto di essere più conosciuto come attore che come membro di questa band?

KR – “No, assolutamente. Come musicista non ho bisogno di essere famoso o riconosciuto. Spero solo che le persone, oltre ad apprezzare i miei personaggi, apprezzino i Dogstar. Amo, infatti, quel che facciamo”.

Forse non ci divertiamo più come quando avevamo trent’anni, ma penso che il piacere di stare assieme sia ancora il collante del gruppo

Cosa sperate di trasmettere con le vostre canzoni?

BD – “Vogliamo semplicemente entrare in contatto con le persone, prenderle per mano e portarle nel nostro mondo. In fondo è questo ciò che conta nei live. Ricordo ancora quella volta che, durante un concerto all’aperto, venne giù il diluvio, e la gente non si mosse, rimanendo tutta lì ad ascoltarci, inzuppata e felice”.

Agli inizi avete addirittura aperto i concerti di Bon Jovi e David Bowie. Cosa ricordate?

BD – “I primi show da supporter dei Bon Jovi li abbiamo fatti al Forum di Los Angeles, seguendo poi la band di ‘Always’ in un paio di date australiane a Melbourne. Smaniosi di fare bella figura, eravamo molto concentrati su noi stessi, ma alla fine s’è rivelata un’avventura entusiasmante e un po’ pazza. Suonare prima di David Bowie all’Hollywood Palladium di Los Angeles la notte di Halloween del ’95, invece, è stata una di quelle esperienze incredibili davanti a cui ti chiedi “what the f**k?”. Che cavolo abbiamo fatto?”.

RM – Ricordo ancora quella giornata. Durante il soundcheck pomeridiano, David se ne stava in un angolo del teatro vuoto ad ascoltarci avvolto dal fumo della sua sigaretta. Finita la prova, lo andammo a salutare, e lui, vedendo che avevamo le mani impegnate dagli strumenti, sì premurò di dirci: “volete che vi tenga la porta aperta?”. Un gentiluomo. Ce ne vorrebbero tanti così”.

Conoscete i Måneskin?

BD – “Non personalmente, ma so che sono tosti e molto rock’n’roll”.

Keanu Reeves
epa10506647 US actor Keanu Reeves arrives at the UK Premiere of John Wick Chapter 4 at Cineworld Leicester Square in London, Britain, 06 March 2023. EPA/TOLGA AKMEN

Le liriche dei brani le scrivete tutti e tre?

BD – “Capita. In quest’ultimo album diversi titoli sono arrivati prima dei testi, dandoci così un’impronta da seguire nella composizione. D’altronde, siamo come tre fratelli che scherzano, ridono, piangono, tutto il giorno assieme. E il segreto, probabilmente, sta proprio qui”.

Bret e Rob come depotenziate la popolarità di Mr. Reeves? Lo sfottete?

RM – “Sì, ma solo quando non è nella stanza…”.

Un’ultima curiosità sulla simbiosi del vostro rapporto. Keanu, se dovesse girare un biopic sui Dogstar, quali colleghi chiamerebbe a vestire i panni suoi, di Brett e di Robert?

KR – “Il ‘film’ dei Dogstar è quello che stiamo vivendo. E poi io non sono un casting director, quindi non saprei come rispondere alla domanda”.

Il ‘film’ dei Dogstar è quello che stiamo vivendo

Avrebbe potuto citare tre nomi a caso di gente come Jared Leto, Johnny Deep, Kevin Bacon, Jack Black, Russel Crowe, Hugh Laurie, Ryan Gosling, Jeff Goldblum, Kevin Costner, Robert Downey jr., Jeff Bridges, e tutti gli altri divi degli Studios con un debole per palchi e canzoni, ma fa niente.