Roma, 18 aprile 2026 – C’è tanto, forse troppo rosso nello sbarco di Giorgia Meloni all’Eliseo: il granata dell’Alfa Romeo Stelvio, il colore del tailleur scelto per il vertice parigino e quello, metaforico ma bruciante, della lettera scarlatta che Donald Trump le ha appena cucito addosso. L’immagine racconta un mondo al contrario: la premier, un tempo fiore all’occhiello dell’asse con Washington, arriva a Parigi ferita e cerca rifugio nelle braccia dell’ex rivale Emmanuel Macron. A trasformarla in un bersaglio è stato l’ennesimo siluro sganciato in tre giorni dall’ormai ex alleato americano.
Giovedì notte, sul suo social Truth, Trump ha emesso la sentenza: “L’Italia non c’è stata per noi, non ci saremo per loro”, brandendo un articolo del Guardian sul rifiuto di Roma di concedere la base di Sigonella per il transito di armi verso l’Iran. Per oltre un anno la premier è rimasta sulla porta dei “Volenterosi“, con una partecipazione quasi sempre in videocollegamento. Stavolta si iscrive a pieno titolo nel club: non solo presenzia di persona, ma sale sul podio per la conferenza stampa coi principali leader europei, suggellando la nuova postura con una promessa: “L’Europa farà la sua parte, l’Italia farà la sua”.
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Il senso del vertice va cercato nel suo peso politico, più che in intese militari. La leader di FdI dà il via libera all’operazione per garantire la libera circolazione delle navi e permettere, di conseguenza, che i prezzi dell’energia tornino a scendere. Assicura infatti che, qualora la forza multinazionale dovesse salpare, noi ci saremo: “L’Italia offre la disponibilità a schierare le proprie unità navali, chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare imposta dalle nostre regole costituzionali”. Ma fissa condizioni precise: l’intervento “può essere avviato soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.
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Un approccio cauto. È voce diffusa, tanto a Parigi quanto a Roma, che le imbarcazioni potrebbero essere due cacciamine della Marina Militare, Gaeta e Rimini, attualmente in addestramento non troppo lontano da Hormuz. Per il governo il modello resta la missione Atalanta e, soprattutto, Aspides, considerata “un’esperienza preziosa”; inoltre, una risoluzione delle Nazioni Unite non è ritenuta una pre-condizione necessaria. Le forze di opposizione, però, alzano un muro e chiedono il mandato del Palazzo di Vetro. “Una missione in uno scenario così delicato deve essere chiara nelle regole di ingaggio e avere una forte base giuridica fondata sul diritto internazionale”, sottolinea Giuseppe Provenzano del Pd.
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Passaggio definito “imprescindibile” dal M5s. Sulla stessa linea Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Avs): “L’operazione potrà avere il nostro consenso in Parlamento solo se dotata di un chiaro mandato dell’Onu”. Italia Viva precisa di starci solo “con un quadro internazionale condiviso”, mentre Carlo Calenda apre al sostegno per “tutte le iniziative in cui il Paese contribuisce alla stabilità globale nel rispetto delle regole”. A chiudere il cerchio provvede il ministro della Difesa, Guido Crosetto: “Non capisco perché per una missione così importante ci possano essere dei no. In un momento del genere dovrebbe essere facile ritrovarsi su posizioni comuni”.
Al di là delle mosse sul campo, la svolta politica è netta e imposta dagli eventi: mantenere l’equilibrio nella tempesta scatenata da Trump era impossibile. Questa rottura costa cara. Meloni rientra in Europa indebolita da una sconfitta strategica che le sottrae la scena e azzera tutti i vantaggi del suo asse privilegiato con il tycoon. Il governo non tenta ricuciture, benché Crosetto auspichi “che gli Usa apprezzino l’impegno dell’Europa”. Appare rassegnato a uno strappo che sembra insanabile. La distanza resta siderale e fa riaffiorare vecchi rancori: non a caso, nel bilaterale con il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sono state rinfacciate la web tax e il controllo sugli investimenti stranieri. Non è tattica, è un divorzio. La “neo-Volenterosa” Meloni trova riparo all’Eliseo, ma sul palcoscenico internazionale deve ripartire da zero.