Tenere lontano dalla portata dei bambini cresciuti col sogno di cantare un giorno a San Siro. “Questo disco mi somiglia più di qualsiasi altro, perché non segue logiche di mercato, non cerca l’approvazione facile; è come una medicina col suo bugiardino che ti mette in guardia sui suoi possibili effetti collaterali” spiega Michele Bravi nel salotto di “Soundcheck”, il format musicale disponibile sul sito web e sui social del nostro giornale, parlando della sua ultima fatica discografica “Commedia musicale”.
“Che un album così possa causare ‘insuccesso’, l’ho scritto nero su bianco nel titolo di una canzone non per provocazione, ma perché negli anni ho visto troppe dinamiche discografiche soffocare la libertà artistica. Oggi il mercato chiede altro, io invece ho scelto di restare fedele a ciò che sento”.

Per sua stessa ammissione, “Commedia Musicale” è una raccolta di canzoni felici. Dov’è finito il Bravi tormentato che conoscevamo?
“S’è trasformato. Ho sempre avuto fortuna con una scrittura legata all’emotività e alla commozione, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare. Dopo tante canzoni malinconiche e drammatiche, ho voluto sperimentare qualcosa di opposto: il linguaggio della commedia. Non l’avevo mai esplorato davvero e mi incuriosiva capire se riuscissi a scrivere in modo più leggero”.
Paradossale che il pezzo più divertente s’intitoli “Funerale”
“Per anni ho scritto canzoni da fazzoletto obbligatorio: drammi, malinconia e cuori a pezzi. Poi mi sono detto: ‘e se provassi a far sorridere invece che piangere?’. Così ho cambiato registro e mi sono buttato nella commedia, un territorio quasi sconosciuto per me. È stata una sfida creativa e personale: abbandonare il buio per cercare leggerezza, ironia e divertimento. Non sapevo se avrebbe funzionato, ma proprio per questo mi entusiasmava provarci e sorprendere anche chi mi ascolta”.
D’altronde la copertina di Mauro Balletti la rappresenta come un Don Chisciotte sul cavallo da giostra del Luna Park
“Ho tanti amici spagnoli e per loro Don Chisciotte è ciò che per noi sono i Promessi Sposi: un classico inevitabile. Io invece l’ho scoperto tardi, quasi per caso. Quando l’ho letto, però, mi ha travolto: un uomo che combatte mulini a vento credendoli giganti, tragico e ridicolo insieme. È lì che mi sono riconosciuto. Anche questo disco nasce così: prende cose serie e le trasforma in commedia, ride del dramma e si autodistrugge con eleganza. Perché a volte l’unico modo per salvarsi è non prendersi troppo sul serio”.
È vero che è andato a risentirsi dischi degli anni Cinquanta di suo nonno e dei suoi genitori prima di cominciare a ragionare su questo disco?
“Prima di questo album stavo costruendo un altro disco: una playlist di canzoni e racconti, mie e non mie, quasi un archivio emotivo del Paese. Poi tutto si è fermato. Cercando una storia di famiglia sono finito dentro altre storie ancora: quelle di Gabriella Ferri, di Sophia Loren, di mia nonna, di una generazione che ha conosciuto la guerra davvero. Io no. Noi siamo cresciuti senza bombe sopra la testa, senza fame, senza macerie. E forse è proprio questo il punto: viviamo talmente lontani da certe tragedie da aver perso perfino l’istinto della paura”.
Il disco è coprodotto da Carlo Di Francesco, marito di Fiorella Mannoia. E in un brano c’è pure lei: l’omaggio ad Ornella Vanoni di quella “Domani è un altro giorno” proposta assieme pure a Sanremo.
“Il pezzo era già nel disco, ma la scomparsa di Ornella l’ha reso un omaggio postumo, l’avevo messo perché usa un linguaggio che sta a metà tra il teatro e la musica. Dentro ci sono dolore e leggerezza, malinconia e ironia, proprio come nello spirito del disco. Mi piace pensare che chi ascolta possa ritrovarci qualcosa di sé. Non ho conosciuto personalmente Ornella, ma sentivo naturale dedicarle questa canzone: il vuoto che ha lasciato ha reso tutto più intenso e necessario”.
Quando s’è candidato al Festival?
“Più o meno a settembre, senza troppe aspettative. A Sanremo ci sono andato tre volte, ma ho perso il conto di quante altre ci ho provato. Così, dopo aver inviato a Conti il pezzo scrissi subito a Fiorella dicendo: ‘te lo dico, non succede, ma se succede voglio te, perché ho bisogno di uno sguardo amico lì accanto’. E quando sono entrato fra i 30, Fiorella è stata la prima a dirmi ‘andiamo assieme’. Volevo una cover che raccontasse l’emotività di questo mio nuovo album, ma anche quella della persona che l’ha interpretata sulla scena per tutta la vita. E quando a Sanremo è entrata Fiorella è stato un colpo, una fucilata meravigliosa”.

A Cannes ha appena presentato la sua ultima fatica cinematografica “Roma elastica”. Da una parte c’è Michele attore e dall’altra il cantautore, oppure i due piani ogni tanto tendono a sovrapporsi?
“Per me tutto inizia dalle storie: non importa se viaggiano su spartiti o pellicole, l’importante è che vibrino. La musica è il mio regno assoluto, su cui ho un controllo totale, decidendo ogni sfumatura, dal tema all’arrangiamento. Il cinema, invece, rappresenta un prezioso esercizio di autoannullamento. Sui set divento una pedina al servizio di una visione altrui, prestando corpo e voce a una scrittura che non mi appartiene. È una sfida di autocontrollo: spesso ciò che inizialmente non comprendo, sullo schermo rivela una verità folgorante. Questa immersione empatica ricarica la mia musica, aprendola a curiosità e linguaggi inaspettati. Se nelle canzoni cerco l’universale, nel cinema scavo nel dettaglio più particolare, divertendomi a interpretare vite lontane anni luce dalla mia, come quando ho vestito i panni di uno spacciatore. È proprio rinunciando al controllo che scopro la complessità più autentica del racconto”.
Ma il regista del film Bertrand Mandico le ha spiegato perché l’ha voluta?
“Sinceramente, non lo so. Da fan sfegatato di Bertrand, scoperto grazie a ‘Les Garçons sauvages’, non potevo mancare ai provini per il suo nuovo film. Mi sono fiondato a Roma con una sfida quasi impossibile: non parlando una parola di francese, in treno ho studiato la parte come fosse latino, leggendo suoni di cui non afferravo il senso. Al provino, poi, mentre Bertrand parlava ho passato il tempo a sorridere e fingere di comprendere i suoi discorsi, uscendo convinto di aver collezionato la figuraccia della vita. Invece, contro ogni logica, ho avuto la parte senza bisogno di altre audizioni. Sul set mi muovevo tra un interprete costante e un timore reverenziale assoluto verso il talento di Marion Cotillard. Bertrand è un’anima gentile, l’opposto dei suoi film violenti e carnali, ma capace di trascinarti in un mondo artigianale e assurdo in poche, intensissime settimane di riprese”.

Il tour al via il 22 maggio dall’Auditorium Fondazione Cariplo di Milano darà modo ai due Michele di interagire tra loro?
“Lo spettacolo è il luogo dove le mie due grandi passioni, musica e cinema, finalmente si fondono. Per me non c’è distinzione tra schermo e palcoscenico: è tutto un unico racconto in cui le canzoni incontrano la prosa e il musical, dando vita a un ‘cavaliere’ che attraversa una storia intera. Quando si apre il sipario, il mio obiettivo è far entrare il pubblico in un mondo dell’assurdo, senza confini, tra tenerezza, comicità e grottesco. Personalmente, non so se andrei mai a un mio live, ma proprio per questo mi impegno al massimo: se ho la fortuna di avere un teatro pieno, non posso permettermi di deludere. È una dimensione che richiede rispetto assoluto, perché chi siede in platea mi sta regalando la cosa più preziosa: il proprio tempo”.