Nel libro “Ambienti e migrazioni umane” la superiorità dell’uomo che si sente proprietario della terra in cui abita viene scardinata dall’identità. Mutevole e mai fissa, sempre nutrita da relazioni
Dal mensile – Uscire dal senso comune e dalle banalizzazioni che accompagnano il discorso pubblico sui migranti. “Uscire”… un verbo di moto che raccoglie il senso più intrinseco del libro collettivo Ambienti e migrazioni umane. Non solo perché il filo conduttore è il movimento, “l’andare”, come lo chiama Elena Gagliasso nel suo contributo. L’andare degli organismi viventi come degli umani, delle relazioni interpersonali e sociali come dei processi evolutivi e culturali. In un contrasto emblematico con quell’improvvisa e drammatica sospensione del muoversi in libertà in uno spazio pubblico che il lockdown, durante il quale il libro è stato pensato e prodotto, ha significato per tutti. Ma anche perché alla fine del libro si ha la sensazione di aver fatto un viaggio nella produzione storica di idee intorno a un gomitolo di problemi, interpretazioni, ragioni che ci interrogano quando ci misuriamo con il fenomeno migratorio.

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Un viaggio in un arcipelago di concetti come identità, ambiente, etnia, lingua, tecniche, in cui ognuno di noi che legge deve ricostruire una propria mappa per orientarsi e confrontarsi con le proprie lacune scientifiche, con i luoghi comuni e le intuizioni a cui finora si è affidato, con i valori condivisi, con la preoccupazione per le banalizzazioni che si disseminano nel discorso pubblico e nelle proposte politiche. Mentre il lettore costruisce il proprio itinerario di curiosità e approfondimenti, si va via via manifestando un repertorio di riferimenti bibliografici e scientifici necessari ad affrontare i nodi storici e culturali del fenomeno migratorio, per comporre un puzzle interpretativo che sfugga alle semplificazioni.
Accessi negati
Si tratta di una ricerca collettiva, storica filosofica e scientifica, con un obiettivo molto chiaro: “fornire un tessuto di conoscenze aggiornato e critico su uno dei fenomeni più coinvolgenti e drammatici che plasmano il nostro presente”, senza pretendere di dare risposte all’attualità politica, ma senza mai dimenticarla.
Ne scaturisce un discorso che vuole restituire la complessità del fenomeno nelle sue sfaccettature, che si muovono tra la sfera biologica, quella culturale e la crisi ecologica. A partire dalla storia evolutiva del genere Homo, dove si rintraccia la base naturalistica, comune a tutti gli organismi viventi, di reagire agli stress fisici e biologici spostandosi in altri territori, inseguendo le catene alimentari e le modifiche degli habitat. E qui il primo nodo che la storia ci restituisce. Una specie, la nostra, che grazie al migrare ha saputo rispondere alle mutate condizioni esterne ed evitare l’estinzione, ma che si proietta nella storia come l’essere stanziale per definizione. La stanzialità è stata ritenuta la costante della condizione umana, contrapposta all’eccezionalità dell’erranza, propria degli animali. E sulla stanzialità si fonda la superiorità dell’uomo che “per diritto ancestrale” si sente proprietario della terra che abita, con cui instaura un vincolo di sangue, alla base delle ideologie dell’appartenenza e dell’identità nazionalistica. E proprio questo tema dell’appartenenza è oggi di grande attualità, al centro della urgente riflessione sulla riforma della legge di cittadinanza, che al momento esclude dall’accesso ai diritti una fetta consistente di abitanti di un territorio, solo perché stranieri, escludendoli così dall’elementare esercizio della democrazia: il suffragio universale!
Relazione al centro

Sulla stanzialità proprietaria si basa anche la costruzione culturale che ha prodotto le teorie sull’identità personale e collettiva, pensate come entità fisse e separate, pronte a entrare in conflitto. Un impianto contraddetto dagli studi sugli ambienti cognitivi dell’ultimo secolo, secondo i quali “la relazione con gli altri è il cuore della conoscenza” e “lo sviluppo del cervello […] è il prodotto degli effetti che le esperienze esercitano sull’espressione del potenziale genetico”. Insomma, il cervello è un organo che si nutre di relazioni e di dialogo. “La mia coscienza dipende non solo da quel che succede nel mio cervello, ma anche dalla mia storia e dalla mia attuale posizione nel mondo, nonché dalla mia interazione con esso”. Se questo è vero, senza salti logici, si può dire che l’essere umano è per sua natura portato a vivere meglio in una società basata sull’integrazione e sul reciproco riconoscimento. Motivo in più per rifiutare le varie forme di razzismo, da quelle estreme e più aggressive a quelle ammantate di accondiscendenza, che nascondono un malcelato senso di superiorità dell’uomo bianco, ancora succube del mito del buon selvaggio.
Il rifiuto della “fissità”
L’identità, quindi, non può essere intesa come monade in sé conclusa. L’identità, come sosteneva lo scrittore Amin Maalouf, nel suo libro L’Identità, “non è data una volta per tutte, si costruisce e si trasforma durante tutta l’esistenza”. E in questo rifiuto della “fissità” sta il contributo principale dello spostare l’attenzione dal soggetto in sé alla relazione tra soggetto e ambiente, che sbriciolando le barriere cognitive tra “interno” ed “esterno” contribuisce anche a mettere al centro dell’attenzione il fatto che viviamo in una permanente dimensione relazionale e processuale, che non è propria solo delle dinamiche cognitive, ma anche, conseguentemente, di quelle sociali ed ecologiche. Ragioni che ci spiegano perché l’approccio del multiculturalismo, che “fissa” astoricamente appartenenze e ambiti culturali ognuno a sé stante, è inadeguato, meglio l’approccio della dimensione meticcia capace di pensare l’individuo non come “espressione di un gruppo portatore di una cultura, ma come nucleo di condensazione di una molteplicità di appartenenze”, basandosi “sui principi del rispetto universale e della reciprocità ugualitaria”. Nella consapevolezza che “l’uguaglianza non può essere garantita da trattamenti identici, ma solo da trattamenti differenziati”, finendo così per risuonare con le parole di don Milani quando affermava che “nulla è più ingiusto che far parti uguali fra disuguali” e con la lezione di Amartya Sen.
Insomma, il viaggio a cui ci guida il libro apre finestre molteplici su un “percorso frastagliato” che si affaccia su quell’intreccio tra devastazioni ecologiche e diaspore umane che stanno segnando la nostra età.