
Il 3 marzo è la Giornata mondiale della fauna selvatica. Al centro del rapporto di Legambiente ci sono stambecco, aquila reale (con 3 coppie nidificanti nel Parco Abruzzo Lazio e Molise), orso marsicano (con 55 esemplari), lupo, camoscio appenninico, scarpetta di Venere e gatto selvatico
Il 3 marzo si celebra globalmente la Giornata dedicata alla fauna selvatica (World Wildlife Day) quest’anno incentrata sul tema del “Recupero di specie chiave per il ripristino dell’ecosistema”. L’intento dell’Onu è quello di attirare l’attenzione sullo stato di conservazione di alcune delle specie di fauna e flora selvatiche più minacciate, e di guidare una discussione unitaria verso l’implementazione di soluzioni utili per conservarle.
Alla vigilia di questa ricorrenza, Legambiente pubblica il report dedicato, dal titolo “Natura selvatica a rischio in Italia”, in cui l’associazione ambientalista fa il punto sulla biodiversità della nostra Penisola. Al centro ci sono sette specie caratteristiche della nostra biodiversità: stambecco, aquila reale, orso marsicano, lupo, camoscio appenninico, scarpetta di Venere e gatto selvatico. Alcune di queste sono presenti nel Parco nazionale del Gran Paradiso (PNGP) e nel Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), le due aree protette più antiche della Penisola, che festeggiano nell’anno corrente i loro primi cento anni di storia.
L’aquila reale, il lupo e la scarpetta di Venere sono comuni ad entrambi i parchi, altre invece sono caratteristiche solo di una particolare area, come nel caso dell’orso bruno marsicano e del camoscio appenninico. Tutte però costituiscono esempi di specie prioritarie da tutelare e in alcuni casi fortemente minacciate (come la scarpetta di Venere, l’orso bruno marsicano e il gatto selvatico), che si ergono a simbolo delle attività di conservazione della natura e ambasciatrici di territori di incomparabile bellezza.
Negli ultimi anni queste specie sono state protette e tutelate grazie al prezioso lavoro dei parchi, presidi sicuri di conservazione attiva di tante specie a rischio, oggi sempre più minacciate da più fronti: la frammentazione degli habitat, la crisi climatica, il bracconaggio, l’uso di bocconi avvelenati, l’ibridazione, l’introduzione di specie invasive, l’attività antropica e tanto altro.
“Una corretta gestione della fauna selvatica – dichiara Antonio Nicoletti, Responsabile Nazionale Aree Protette e Biodiversità di Legambiente – ha bisogno di riforme e di un aggiornamento delle norme nazionali agli indirizzi comunitari. Rafforzare la tutela di specie a rischio e ridurre i conflitti sociali aperti che rischiano di implodere è nell’interesse delle aree protette che sono gli enti più esposti poiché dovranno garantire i successi raggiunti nella salvaguardia di specie a rischio e che oggi sono ancora senza strumenti di pianificazione adeguati. I problemi di gestione del lupo e dell’orso bruno dimostrano, ad esempio, che per difendere la biodiversità ci vuole innanzitutto capacità istituzionale di gestire la complessità territoriale, partendo da obiettivi condivisi, conciliando le esigenze delle attività antropiche con la presenza di popolazioni di fauna selvatica, accompagnando i processi con una potente azione di informazione, formazione e coinvolgimento attivo dei diversi portatori di interessi”.
Per ogni specie l’associazione ha realizzato una carta d’identità, con informazioni sulle minacce, sugli scenari futuri e sulle azioni da mettere in campo. È fondamentale infatti incrementare entro il 2030 le aree protette e le zone di tutela integrale, prevedere una strategia ad hoc e azioni di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico per la biodiversità a rischio. I “magnifici sette” scelti dall’associazione ben raccontano, insieme all’esperienza virtuosa dei due parchi più antichi d’Italia, quanto sia fondamentale il recupero, la gestione e la tutela della biodiversità.
“Il decennio 2020-2030 – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – sarà cruciale per la tutela della fauna selvatica a rischio e minacciata sempre più anche dalla crisi climatica, come ha ribadito anche l’ultimo rapporto dell’IPCC dell’ONU. In questi anni il nostro Paese in termini di tutela della fauna selvatica ha raggiunto risultati positivi, ma che deve trovare una più ampia concretizzazione nell’aggiornamento della Strategia Nazionale per la Biodiversità”.
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Stambecco (Capra ibex ibex)

Simbolo del PNGP (Parco nazionale Gran Paradiso), è presente in tutto l’arco alpino, ma solo la popolazione del PNGP è l’unica a non essere mai scomparsa in tempi storici. Tutte le altre popolazioni attuali, infatti, sono frutto di reintroduzioni o di nuove introduzioni. Occorre, però, ricordare che lo stambecco alpino ha rischiato l’estinzione alla fine del XIX secolo con l’avvento delle armi da fuoco e per motivi venatori (meno di 100 individui sopravvivevano sul massiccio del Gran Paradiso alla fine del 1800), salvandosi solo nelle valli che oggi compongono il PNGP. Qui la sua presenza non ha mai avuto interruzioni grazie all’istituzione, nel 1856, della Riserva reale di caccia del Gran Paradiso e successivamente del Parco Nazionale. Oggi nel Parco lo stambecco è uniformemente presente con circa 2.900 esemplari, su un totale stimato su tutto l’arco alpino (quindi non solo in Italia che comunque detiene una cospicua parte del totale) di circa 55.000 individui. Tra le minacce per questa specie c’è quella legata al carattere genetico, che provoca difficoltà specifiche ad esempio nella riduzione della capacità del sistema immunitario di rispondere all’attacco di patogeni. In quest’ottica si può inquadrare l’osservata insorgenza, negli ultimi anni, di epidemie in alcune colonie. Per il futuro sarà importante approfondire non solo gli aspetti legati a tale variabilità, ma anche indagare le implicazioni che i cambiamenti climatici in atto avranno sulla dinamica delle popolazioni e su come queste si adatteranno ai nuovi scenari.
Aquila reale (Aquila chrysaetos)

In Italia è presente sull’arco alpino e sulla dorsale appenninica peninsulare, ma anche su rilievi di Sardegna e Sicilia, ed è protetta ai sensi della legge 157/92. È una specie comune sia al PNGP sia al PNALM. Nel primo caso è ben distribuita nidificando in tutte le valli all’interno dei confini dell’area protetta, dove viene regolarmente censita da alcuni anni. Oggi si contano oltre 20 coppie nidificanti, avendo così raggiunto la densità massima per il territorio. Sono circa tre, invece, le coppie presenti nel PNALM. Un grande pericolo per questa specie è rappresentato dai veleni usati illegalmente contro i predatori domestici e selvatici. Anche l’abbandono della montagna e il conseguente rimboschimento naturale di ambienti a struttura aperta come pascoli, prati e incolti potrebbe limitare la ripresa numerica. Per questa specie sarà importante verificare, nel corso dei prossimi anni, la stabilità delle aree dove la densità è arrivata al suo massimo, come in alcuni comprensori dell’arco alpino, e verificare invece il margine di crescita di molte popolazioni appenniniche. I monitoraggi attuati dalle aree protette daranno risposte in tal senso.
Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus)

Simbolo del PNALM (Parco nazionale Abruzzo Lazio e Molise), questa sottospecie si trova esclusivamente in Appennino rappresentando un endemismo dell’Italia centrale. Le maggiori densità si trovano nel PNALM e nei territori limitrofi. Ad oggi se ne contano circa 50-55 individui, la maggior parte dei quali concentrata nel PNALM, con popolazione stazionaria ma in leggera espansione geografica. Numeri però inferiori rispetto alla popolazione dell’orso sulle Alpi che conta circa un centinaio di individui. Le cause di mortalità sono essenzialmente bracconaggio, investimenti stradali e ferroviari, avvelenamento, infezioni trasmesse dal bestiame. Per questi e altri rischi è necessario rafforzare le strategie per la tutela dell’Orso bruno (PACOBACE e PATOM).
Lupo (Canis lupus italicus)

Camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata)

Va distinto dal camoscio alpino (Rupicapra rupicapra) presente nel PNGP, specie distinta da quella che si trova negli Appennini che a sua volta è più imparentata con quella che si trova sui Pirenei che con la specie alpina. Il camoscio Appenninico è, in particolare, una sottospecie endemica dell’Italia centrale. A rischio estinzione nel ‘900, è riuscita a passare dalle poche decine di individui presenti nell’allora Parco nazionale d’Abruzzo, ai circa 3700 animali oggi distribuiti nel territorio di 5 aree protette: i Parchi Nazionali di Maiella, Gran Sasso e Monti della Laga, Abruzzo, Lazio e Molise, Monti Sibillini e Parco Regionale Sirente Velino. La popolazione madre del PNALM si presenta oggi stabile e in equilibrio, con parametri vitali tipici di una popolazione storica. L’importanza delle azioni di conservazione intraprese in questi anni, grazie anche al progetto Life Cornata, è dimostrata dalla ricolonizzazione e dalla rapida crescita osservata in alcuni settori del Parco, dalla stabilità nei settori storici dell’areale e dalla disponibilità di habitat idonei anche nell’area contigua. Tra le minacce c’è da segnalare la scarsa consistenza di alcuni gruppi, in particolare per le neocolonie, la bassa variabilità genetica cui però i recenti interventi dei progetti di tutela stanno dando un grande contributo e, infine, le interazioni sanitarie a rischio. Occorre aggiornare il Piano d’azione del camoscio appenninico, comprendere come facilitare l’espansione ad areali vicini a quelli che già ne vedono la presenza e individuarne degli altri ex novo in cui, una volta verificato lo stato di idoneità all’accoglienza, effettuare nuove immissioni per realizzare nuove colonie.
Gatto selvatico (Felis silvestris silvestris)
In Italia è diffuso a livello peninsulare e in Sicilia e Sardegna è presente invece con una diversa sottospecie. Protetto in Italia dalla legge 157/92 e inserito tra le specie di interesse comunitario che richiedono protezione rigorosa, è il felino selvatico maggiormente diffuso nella Penisola nonostante sia raro ed estremamente elusivo. In condizioni ottimali per habitat e abbondanza di prede, la densità tipica è di tre individui ogni 10 km quadrati. Nel PNALM è stata, infatti, riscontrata la presenza del gatto selvatico tanto all’interno dell’area protetta quanto nei territori dei comuni immediatamente limitrofi. Tra le minacce per questa specie ci sono l’ibridazione con il gatto domestico, la distruzione, il degrado e la frammentazione degli habitat, l’esposizione a sostanze chimiche agricole tossiche e l’uso di bocconi avvelenati, gli incidenti stradali, la trasmissione di malattie da parte dei gatti domestici e la persecuzione diretta per il commercio della pelliccia, minaccia diminuita nel nostro Paese ma ancora presente in stati esteri. Per la sopravvivenza di questa sottospecie è fondamentale una corretta gestione dei gatti domestici e la responsabilizzazione dei proprietari tramite una maggiore informazione e consapevolezza.
Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus)

È la più grande e vistosa orchidea presente in Italia. È maggiormente diffusa nell’arco alpino (presente anche nel PNGP con poche stazioni) e in poche stazioni appenniniche (in Maiella in un’unica località con una popolazione costituita da poche decine di individui, e nel PNALM in un numero maggiore di stazioni e una popolazione più consistente con alcune centinaia di esemplari). È una specie fortemente minacciata e il suo stato di conservazione è ancora più critico a livello locale. Gli interventi di conservazione non sono semplici perché la moltiplicazione in vivo di questa pianta è estremamente difficile. Tra le azioni di tutela messe in campo si segnala il progetto LIFE Floranet che ha visto tra i partner il Parco Nazionale della Majella (capofila), il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e il Parco Naturale Regionale Sirente Velino, insieme a Legambiente e all’Università di Camerino. Tra le minacce per questa specie c’è la pressione turistica e l’evoluzione dinamica della vegetazione che determina un aumento della componente arbustiva e arborea con conseguente chiusura delle radure. Sarà importante verificare nel corso degli anni l’efficacia degli interventi di sostegno a favore delle popolazioni appenniniche, quelle maggiormente in sofferenza, e monitorare accuratamente i rischi di estinzione locale cui può andare incontro la specie.
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