Il calo delle attività tradizionali e gli effetti del cambiamento climatico minacciano l’integrità delle “paludi” alpine. Un nuovo studio indica come conservare questi preziosi ecosistemi e le specie che ospitano
di Margherita Corti
Tra gli ambienti più peculiari e sottovalutati nel panorama nazionale ci sono le torbiere, ecosistemi di transizione tra terra e acqua originati dall’accumularsi di resti vegetali. Un clima freddo e umido ne favorisce formazione e conservazione: sono infatti comunemente situate ad alte latitudini e tra i 400 e i 2.700 metri di quota. Particolare è anche la biodiversità che le caratterizza, che però è in costante diminuzione. Ne è un esempio la riduzione del numero di specie di libellule, come dimostrato dai ricercatori Ispra Giacomo Assandri e Gaia Bazzi in uno studio pubblicato lo scorso gennaio sulla prestigiosa rivista scientifica Biodiversity and Conservation.
Spazi eterogenei
Le torbiere sono spesso considerate di importanza secondaria, nonostante rappresentino la tipologia di ambiente umido più diffuso al mondo (50-70%). Contribuiscono fortemente alla biodiversità globale, ospitando comunità di specie di insetti unici sorprendentemente adattati. Fin dalla preistoria sono state intensamente sfruttate dall’uomo per ottenere spazio per agricoltura e infrastrutture, o per estrarre combustibile e materiali per costruzioni. «Sulle Alpi sono presenti tre tipi principali di torbiere – spiega Giacomo Assandri, primo autore dell’articolo – differenti dal punto di vista strutturale, idrologico e del pH, che influenza le comunità vegetali presenti. C’è la torbiera bassa, alimentata da acqua di falda e a chimismo neutro o basico, che favorisce una vegetazione erbacea (tra cui le rustiche carici) su suolo parzialmente allagato; la torbiera alta, caratterizzata dalla presenza di poche specie vegetali adattate a pH acido, come gli sfagni (tipici muschi di torbiera), che formano cumuli che la elevano al di sopra della falda, rendendola dipendente dalle sole precipitazioni per l’approvvigionamento idrico; e infine la torbiera di transizione, uno stadio intermedio tra le due precedenti».
Lo sfalcio tradizionale e il pascolo, pratiche un tempo comuni che provocano un disturbo regolare e non intensivo delle torbiere, hanno sempre favorito l’arricchimento della biodiversità di questi ambienti. Ma queste pratiche, non più economicamente sostenibili, si stanno via via perdendo, coinvolgendo nella loro scomparsa anche quella progressiva di questi ecosistemi. Insieme all’aumento delle temperature determinato dai sempre più evidenti cambiamenti climatici, la perdita delle pratiche tradizionali minaccia quindi anche le specie delle torbiere, come gli insetti dell’ordine degli Odonati.
A ciascuno il suo
Più comunemente noti come libellule, in Italia ci sono circa novanta specie di Odonati, di cui secondo gli ultimi dati della Iucn solo una decina risultano minacciate di estinzione, nonostante tutte siano in declino. Questi insetti sono considerati validi indicatori ecologici, in quanto la loro presenza può aiutare a comprendere gli effetti diretti e indiretti dell’attività antropica su ambienti acquatici come le torbiere. Le libellule necessitano infatti dell’acqua per poter completare il loro ciclo vitale. Gli adulti depongono le loro uova all’interno o vicino a pozze d’acqua, dove poi le larve si sviluppano mutando fino alla forma adulta. Non solo. Ogni specie sceglie specchi d’acqua dalla diversa configurazione e profondità, e proprio per questo l’influenza dell’uomo e delle sue attività su questi fattori ambientali può determinare la scomparsa di alcune specie. I due ricercatori, frequentatori per diletto delle valli trentine, si sono chiesti quali fossero i fattori naturali e antropici che hanno un’influenza maggiore sulla composizione delle comunità di Odonati nelle torbiere alpine. Il loro obiettivo era quello di individuare la risposta delle comunità alle diverse fonti di disturbo, ma anche quello di provare a fornire indicazioni gestionali per la conservazione delle torbiere, incontaminate e non. Sono ambienti ancora poco esplorati, non considerati a rischio, ma ci sono evidenze sempre più forti che una perdita dell’habitat, unitamente all’aumento delle temperature, possa minacciare loro e le specie che li popolano.
Sistemi da preservare

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