La guerra russa in Ucraina ha sovvertito l’ordine nato dopo l’implosione sovietica. Restringendo lo spazio per i “non allineati”. Ma se Svezia e Finlandia hanno deciso di entrare nella Nato, altri Paesi cercano una via d’uscita
Nel 1991, quando è venuta meno l’Unione Sovietica, la Nato contava 16 membri. Oggi, dopo la recente adesione di Svezia e Finlandia, ne riunisce 32. Il processo di allargamento, realizzato in gran parte grazie all’adesione dei Paesi ex comunisti, ha raggiunto un livello critico quando si è manifestata la possibilità che anche l’Ucraina aderisse all’Alleanza atlantica. Questo ha innescato una “sindrome di accerchiamento” che ha indotto la Russia a scegliere una linea politica più aggressiva, invadendo la Crimea e annettendola nel 2014 con un referendum truccato. Ma è stato soltanto l’attacco su vasta scala del 22 febbraio scorso a sovvertire l’ordine politico nato in seguito alla caduta delle tre federazioni comuniste europee (Cecoslovacchia, Jugoslavia e Urss).
L’invasione russa dell’Ucraina ha indotto la grande maggioranza degli ambienti politici e culturali europei a rimarcare ulteriormente la propria fedeltà atlantica. Non solo, ma nei sei Paesi neutrali dell’Unione Europea – Austria, Cipro, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia – si è aperto un ampio dibattito sull’eventualità di aderire alla Nato per contrastare l’espansionismo russo. In realtà, si trattava di un dibattito già in corso da tempo. Negli ultimi anni, l’Ue e la Nato sono diventate sempre più strettamente interconnesse, per cui appartenere alla prima senza essere “risucchiati” nella seconda è diventato quasi impossibile. Nel 2018, per fare un esempio, la Macedonia del Nord ha aderito a entrambi gli organismi con un referendum che poneva un unico quesito. Davanti a questa situazione, due Paesi neutrali, Svezia e Finlandia, hanno deciso di aderire alla Nato. Alcuni partiti avevano chiesto un referendum, ma entrambi i governi l’hanno rifiutato temendo che la maggioranza dei cittadini si sarebbe espressa in senso contrario.
L’ex presidente della Svizzera, la socialista Micheline Calmy-Rey, propone una neutralità attiva, impegnata nella promozione della pace
In Austria, invece, sono emerse due posizioni contrastanti. Lo scorso marzo è stata diffusa una lettera aperta dove 500 studiosi chiedevano che il Paese abbandonasse la “neutralità permanente” sancita dalla legge costituzionale del 1955 per entrare nell’Alleanza atlantica. Ma il 5 luglio è stato divulgato un appello di segno contrario, che auspicava un ritorno all’autonomia integrale. Secondo i firmatari (ormai quasi 50mila) è arrivato il momento di cancellare certe posizioni ambigue, come l’adesione alle sanzioni contro la Russia e al Partenariato per la pace, una sorta di “parcheggio” per i Paesi che gli Stati Uniti vogliono portare nella Nato. A favore della neutralità si sono pronunciati anche il cancelliere Karl Nehammer e il presidente Alexander van den Bellen, rieletto a ottobre. Infine, non bisogna dimenticare che in Austria la materia gode di un ampio interesse accademico. Uno dei più attivi in questo campo è Heinz Gärtner, docente di Scienze politiche all’Università di Vienna. Organizzatore del convegno internazionale “Friends with enemies: neutrality and nonalignment then and now” (Vienna, 2-3 marzo 2020), lo studioso è uno dei curatori di Neutral beyond the cold: neutral states and the post-cold war international system (Lexington Books, 2022), il primo saggio che cerca di definire un neutralismo adeguato ai nostri tempi.
In Irlanda la situazione è meno chiara. Pochi giorni dopo l’invasione del 22 febbraio il primo ministro Leo Varadkar ha manifestato l’intenzione di rivedere la neutralità dell’isola verde: “Non credo che chiederemo l’adesione alla Nato, ma credo che saremo più coinvolti nella difesa europea”. Una posizione ambigua e ingenua, dato che la difesa europea è strettamente legata alla Nato. A luglio l’allora ministro della Difesa Simon Coveney, oggi primo ministro, ha annunciato che entro il 2028 verrà realizzato il massimo aumento delle spese militari (da 1,1 a 1,5 miliardi). Il 21 settembre, a Dublino, è stata presentata la Irish neutrality league, federazione che riunisce varie associazioni ed esponenti politici pacifisti. Gli organizzatori hanno diffuso un documento programmatico “per proteggere e rafforzare la neutralità dell’Irlanda”.
Cipro e Malta, entrambe ex colonie britanniche, sono gli unici paesi dell’Ue che hanno fatto parte del Movimento dei non-allineati. Il primo come membro fondatore, il secondo a partire dal 1973. Entrambi hanno lasciato questo organismo nel 2004, quando hanno aderito all’Unione Europea. Su Cipro, divisa in due dal 1974 in seguito all’invasione turca, l’adesione alla Nato non è una questione all’ordine del giorno. Ma se anche lo diventasse, incontrerebbe la netta opposizione della Turchia. Inoltre, molti ciprioti sono ostili alla Nato, ritenendola responsabile della divisione dell’isola. Allora la Turchia era già nella Nato e l’Alleanza non fece nulla per impedire l’invasione. La Costituzione di Malta afferma invece che l’isola è ufficialmente neutrale, aderendo a una politica di “non allineamento e rifiutando di partecipare a qualsiasi alleanza militare”. Secondo un sondaggio commissionato dal governo, pubblicato due settimane prima dell’invasione russa, soltanto il 6% degli intervistati è contrario alla neutralità.
Insomma, nel Vecchio Continente lo spazio per la neutralità sembra restringersi ma resiste ancora uno zoccolo duro. Lo stesso che si vede in Svizzera, Paese neutrale per antonomasia. La socialista Micheline Calmy-Rey, ex ministra degli Esteri ed ex presidente della Confederazione, nel 2021 ha pubblicato il libro Pour une neutralité active: de la Suisse à l’Europe (Efpl) dove propone una neutralità attiva, non più ripiegata su se stessa ma impegnata nella promozione della pace. Una proposta moderna e stimolante che non rivolge soltanto alla Svizzera ma all’intera Europa. Restare legati alla logica della neutralità, quindi, non significa restare legati al passato. I Paesi neutrali possono avere un ruolo importante da giocare, ma a una condizione: le strutture comunitarie, se vogliono veramente funzionare in modo democratico, devono accantonare la visione centralistica attuale che erode la neutralità di certi Paesi assorbendoli forzatamente nella struttura euroatlantica.