Parchi, cento anni di conservazione di ambienti e specie protette

Parco Nazionale Gran Paradiso

Il Parco nazionale del Gran Paradiso e il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise spengono le prime cento candeline. Riserve di biodiversità che hanno contribuito a tracciare una via italiana per la tutela della natura. E che vanno tutelate con aggiornamenti normativi e investimenti adeguati

I Parchi sono oggi una realtà forte che si è consolidata in diverse fasi e con alterne fortune: si sono affermati in tanti territori di pregio e hanno accompagnato la realtà economica e sociale e la storia del Paese. Dai Parchi nazionali storici, nati sulla scorta di esperienze originarie di altri continenti, a quelli regionali nati su impulso dalle Regioni, a quelli istituiti dal Parlamento prima e dopo la legge 394/91, tutte queste realtà hanno generato una straordinaria esperienza “collettiva” che ha tenuto assieme conservazione della natura e sviluppo sostenibile dei territori.

Parchi, la vita italiana per la tutela della natura

I nostri Parchi sono stati artefici della “via italiana per la tutela della natura”, una esperienza originale nel contesto europeo europeo, e hanno contribuito a rendere l’Italia più bella, più green e ricca di ecosistemi unici contribuendo al successo del Made in Italy. Tutto questo è avvenuto in un periodo lungo un secolo, in un percorso accidentato ed emozionante che in occasione dell’inizio delle celebrazioni dei 100 anni del Parco nazionale del Gran Paradiso e del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è giusto condividere in maniera collettiva con tutte le 871 aree protette italiane artefici di questo successo.

Grazie ai parchi l’Italia è oggi una “potenza euro-mediterranea” nella protezione della natura (conserviamo 1/3 della fauna e il 50% delle specie floristiche del continente europeo e abbiamo una percentuale di aree protette doppia rispetto alla media Ue). La nascita dei parchi ha permesso di scoprire territori marginali che hanno ritrovato attenzioni e ricevuto risorse pubbliche per conservare la natura e al contempo promuovere azioni di sviluppo locale sostenibile. Il successo dei parchi è garantito dagli enti gestori (enti autonomi) che non si occupano di aree wilderness, ma operano in contesti fortemente antropizzati interessati da 2.500 comuni con oltre 10milioni di residenti e la presenza di una fitta rete di piccola e media imprenditoria (agricoltori, allevatori, artigiani, operatori turistici).

Grazie ai parchi l’Italia è oggi una “potenza euro-mediterranea” nella protezione della natura: conserviamo 1/3 della fauna e il 50% delle specie floristiche del continente europeo e abbiamo una percentuale di aree protette doppia rispetto alla media Ue

La rete dei parchi ha garantito la tenuta fisica di tanta parte del nostro territorio, ha contrastato il dissesto idrogeologico ma anche lo spopolamento garantendo la tenuta sociale dei piccoli comuni. I parchi sono stati portavoce e interpreti della necessità di mantenere il livello di coesione territoriale garantito dalle piccole comunità coinvolte nella gestione della natura e che continuano ad abitare e rendere produttivi i luoghi più belli del nostro Paese. È in questo delicato equilibrio e gioco di rimandi che si esercita al meglio il ruolo del parco: tutelare la bellezza e la natura per consentirne una buona fruizione che garantisca a sua volta presidio e manutenzione. Un ruolo di circolarità oggi più che mai necessario per contrastare efficacemente la crisi climatica che impatta sulla biodiversità e i territori.

Perdita di biodiversità

La perdita di biodiversità è fortemente influenzata dai cambiamenti climatici e il surriscaldamento del Pianeta impone di agire velocemente e con decisione. La natura è il regolatore climatico più efficace e anche il più potente elemento di immagazzinamento della CO2, e il declino della biodiversità è uno dei maggiori problemi ambientali da affrontare: la continua perdita di specie, habitat ed ecosistemi minaccia tutta la vita sulla Terra, noi compresi. L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) sottolinea la necessità di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5°C rispetto all’era preindustriale, e propone di dimezzare l’attuale livello di emissioni entro il 2030 e arrivare a emissioni zero nette entro il 2040 (NetZero). Contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5°C potrà ridurre in maniera significativa i danni climatici e gli effetti sulla biodiversità e l’ambiente naturale. Un aumento della temperatura globale compreso tra 1,5°C e 2°C causerebbe la perdita di habitat essenziali per numerose specie e porterebbe alla progressiva riduzione del loro areale aumentandone il rischio di estinzione.

Contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5°C potrà ridurre in maniera significativa i danni climatici e gli effetti sulla biodiversità e l’ambiente naturale

I cambiamenti climatici si stanno verificando a ritmi talmente veloci che numerose specie animali e vegetali stentano ad adattarsi con il rischio, se la temperatura media mondiale dovesse continuare ad aumentare in maniera incontrollata, di aggravare ancora di più la velocità del tasso di estinzione. L’Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (Ipbes), ha ricordato che le attività antropiche hanno un impatto negativo sulla natura a un ritmo da cento a mille volte più veloce della media degli ultimi 10 milioni di anni, e la perdita di biodiversità minaccia la capacità degli ecosistemi planetari di fornire i servizi da cui l’umanità dipende. L’impatto antropico ha trasformato il 75% degli ambienti naturali delle terre emerse e il 66% degli ecosistemi marini, messo a rischio almeno 1 milione di specie animali e vegetali dopo averne cancellato per sempre un numero imprecisato.

Appare oramai evidente che la salute e il benessere umano sono strettamente legati alla vitalità e alla resilienza dei sistemi naturali, per questo è importante considerare la salute come un unicum che riguarda le persone, le specie e il Pianeta (One World-One Health). Per mantenere il Pianeta in equilibrio e proteggere la biodiversità occorre essere più responsabili nell’utilizzo delle risorse naturali, fondamentali per produrre cibo, energia e altri servizi ecosistemici, e poterne fruire per migliorare il nostro benessere. Una responsabilità che chiama direttamente in causa il ruolo delle aree protette che proteggono la biodiversità, garantiscono il nostro benessere economico, aiutano a fare prevenzione pubblica e promuovono stili di vita sostenibili. Perché persone sane vivono in ecosistemi sani.

Il ruolo centrale dei territori

I territori a forte valenza naturale (protetti e non) saranno decisivi per raggiungere gli obiettivi globali perché sono ambiti territoriali dove la sfida climatica è ancora più urgente: territori fragili ma ricchi di biodiversità la cui perdita è strettamente connessa ai cambiamenti climatici. Le aree protette devono assumere maggiori responsabilità nel mantenere efficienti gli ecosistemi, tutelare le specie a rischio e contenere gli effetti dei cambiamenti climatici. Perché le aree protette sono lo strumento più efficace per gestire gli spazi naturali, arrestare i processi di degradazione e pianificare l’uso sostenibile del territorio, a partire dalle risorse più preziose quali biodiversità, acqua, suolo, foreste.

Le aree protette rappresentano la grande banca in cui i servizi ecosistemici, beni indispensabili alla vita e considerati inesauribili e privi di valore economico, si generano e rigenerano, finendo per acquistare un formidabile valore anche per l’economia dei territori coinvolti. Per i parchi, infatti, l’economia generata dall’uso sostenibile delle risorse naturali e dalla loro trasformazione in beni e servizi finali nel settore agro-silvo-pastorale, sono i punti di forza su cui continuare a puntare. I parchi devono essere la leva per stimolare l’economia green e devono essere laboratori e modello di sviluppo locale intrecciato con azioni di tutela forti e strutturate e capaci di garantire al capitale naturale di erogare i servizi ecosistemici nel lungo periodo.

Politiche di sviluppo innovative

Nel nostro Paese i parchi sono una grande sollecitazione per i territori interessati a misurarsi con politiche di sviluppo innovative basate sulla qualità ambientale, la tutela della biodiversità e la coesione territoriale. Si può dire che i parchi abbiano irrobustito e ringiovanito tanti territori che, pur ricchi di risorse naturali, non avevano gli strumenti operativi e scientifici per conoscerli e fruirli meglio. I parchi italiani sono un formidabile attrattore turistico e una opportunità di crescita e di sviluppo sostenibile delle comunità interessate, oltre a essere una delle poche politiche pubbliche fatte su larga scala per promuovere lo sviluppo delle aree interne e montane tutelando la natura.

I parchi italiani sono un formidabile attrattore turistico e una opportunità di crescita e di sviluppo sostenibile delle comunità interessate

Oggi è chiaro che investire sulla natura è un buon investimento, e che i territori e le comunità che hanno sostenuto la nascita di un’area protetta sono più forti e più resilienti rispetto alle crisi e agli squilibri ambientali perché sono avvantaggiati dalla qualità assicurata dal territorio protetto. Le azioni di sviluppo sostenibile attuate nelle aree protette sono la dimostrazione che investire sulla natura è un “affare”, e il lavoro fatto ha convinto anche i più scettici che nei parchi non si pratica solo buona conservazione che ha garantito al nostro Paese primati esclusivi in Europa, ma si realizzano anche buone pratiche di sostenibilità. Per questo motivo i parchi devono investire ancora di più in buone pratiche di sostenibilità ambientale e promuovere: lo stop  al consumo di suolo per fermare la perdita di habitat; l’aumento di produzione tipiche e di qualità in agricoltura e nell’allevamento per immaginare il 100% di produzione biologica nei parchi; la certificazione e la gestione forestale sostenibile come unica pratica prevista per l’utilizzo del bosco; lo sviluppo del turismo attivo e sostenibile per garantire che la fruizione sia pienamente integrata nell’azione di tutela delle specie e del territorio.

L’economia dei parchi

Esiste una solida economia che si è sviluppata nei quasi 4mila comuni interessati dalla presenza nel loro territorio di un’area protetta o di un sito della Rete natura 2000. Si tratta di territori in cui sono presenti circa 300mila imprese, che impiegano oltre 3 milioni di lavoratori, e generano un valore aggiunto di oltre 100 miliardi di euro (il 10,6% dell’intera economia del Paese). In questo contesto le aree protette hanno l’opportunità di posizionarsi come infrastrutture della bioeconomia circolare (l’economia basata sulle risorse naturali rinnovabili per produrre cibo, materiali ed energia è circolare per definizione) e diventare esempi virtuosi che devono allargarsi a tutto il territorio, ben al di là dei confini delle aree protette.

La bioeconomia circolare comporta un rilevante impulso al settore primario (agricoltura, zootecnia, selvicoltura, acquacoltura e pesca), e grazie al suo enorme potenziale innovativo rappresenta una risposta alle sfide globali, e si colloca nella direzione del perseguimento degli obiettivi in materia di contrasto ai cambiamenti climatici, conservazione della biodiversità, decarbonizzazione dell’economia e sviluppo sostenibile dei territori. Le aree protette possono diventare i laboratori territoriali della bioeconomia circolare per migliorare la filiera produttiva agro-zootecnica, ittica e forestale e produrre cibo sano e pulito riducendo il consumo di risorse e l’impatto climatico. I parchi possono essere la sintesi dell’ambiziosa sfida, importante e innovativa, dove promuovere la bioeconomia circolare. per sostenere le produzioni di qualità, tutelare la biodiversità e ridurre le emissioni di CO2.

Benefici oltre i parchi

Benefici oltre i parchi non deve rimanere uno slogan datato, ma una pratica in cui le aree protette trasferiscono il loro approccio nei diversi settori in cui sono coinvolti per raggiungere i migliori risultati anche oltre il loro ristretto territorio. La resilienza che i parchi hanno acquisito, anche grazie all’impegno di molti che hanno lavorato per rendere le aree protette una opportunità per le comunità locali, deve essere incanalata in una strategia con azioni concrete e condivise con i territori che sono, in ultimo, co-artefici del loro successo e complici degli insuccessi.

Occorre che le aree protette, in accordo con le istituzioni e le comunità locali, offrano il loro modello di approccio integrato alla conservazione e allo sviluppo per frenare la perdita della biodiversità e mitigare l’impatto del clima. Le nostre aree protette hanno già proposto esempi virtuosi di produzioni e servizi che hanno creato benessere con meno energia, meno materia e meno chilometri, e oggi devono saper affermare la “pratica del parco” e coltivare l’ambizione di essere i player territoriali fondamentali per sostenere le economie locali e coinvolgere attivamente le comunità. Si può quindi delineare la “mission” delle aree protette per la gestione sostenibile delle risorse naturali e la promozione della transizione ecologica nel proprio territorio secondo questi paradigmi:

  • ogni area protetta deve favorire la transizione ecologica per ridurre le pressioni sugli ecosistemi e mitigare gli effetti del climate change;
  • ogni area protetta deve dotarsi di strumenti e strategie per accompagnare le comunità locali a essere più virtuose nelle politiche di sviluppo sostenibile;
  • le azioni di sviluppo locale sostenibile per essere efficaci devono essere condivise tra le diverse istituzioni e secondo le diverse competenze.

L’originalità dell’esperienza italiana 

L’esperienza italiana delle aree protette si è consolidata in questi anni secondo un approccio originale che ha saputo coniugare, alle prioritarie funzioni di tutela ambientale, la funzione di laboratorio avanzato per la sperimentazione concreta di interventi e pratiche improntate alla sostenibilità ambientale. Tale approccio risiede esplicitamente nelle finalità istituzionali dei parchi e degli enti gestori delle aree protette stabiliti dall’articolo 3 della Legge quadro sulle aree protette del 6 dicembre1991, n. 394, nonché nelle misure di incentivazione di cui all’articolo 7, comma 1, lettera h), che prevedono che «….ai comuni ed alle province compresi nei confini di un parco nazionale o regionale è attribuita priorità nella concessione di finanziamenti statali e regionali richiesti per la realizzazione di strutture per l’utilizzazione di fonti energetiche a basso impatto ambientale nonché interventi volti a favorire l’uso di energie rinnovabili». E sebbene la norma non sia stata sempre rispettata, l’attenzione verso la transizione ecologica e la sostenibilità ambientale per un Parco rappresenta un elemento importante e qualificante sia rispetto alla salvaguardia e riqualificazione del proprio territorio, sia rispetto al più generale obiettivo di ridurre le emissioni all’interno di ogni area protette.

L’attenzione verso la transizione ecologica e la sostenibilità ambientale per un Parco rappresenta un elemento importante e qualificante sia rispetto alla salvaguardia e riqualificazione del proprio territorio, sia rispetto al più generale obiettivo di ridurre le emissioni all’interno di ogni area protette

Un obiettivo ambizioso, ma possibile e fortemente intrecciato con i compiti istituzionali dei parchi che dovrebbero assumere anche un ruolo maggiore nelle strategie di mitigazione e pianificare meglio le azioni di conservazione con quelle di adattamento ai cambiamenti climatici. Per questa ragione Parchi per il Clima non deve rimanere una forma di finanziamento esclusivo, ma diventare una strategia a disposizione di tutte le aree protette del nostro Paese anche per recuperare un percorso condiviso con le Regioni e le autonomie locali nel rispetto della leale collaborazione a garanzia della tutela della natura e dello sviluppo sostenibile di tutti i territori di pregio e non solo di quelli nazionali.

Frenare gli effetti dei cambiamenti climatici

Per frenare gli effetti negativi del cambiamento climatico, oltre alle dichiarazioni di principio sempre abbondanti ma con poche ricadute effettive, serve un poderoso cambio di passo attivando politiche territoriali efficaci e coerenti con gli obiettivi globali e con strategie adeguate a raggiungerli. La perdita di biodiversità e la crisi climatica sono interdipendenti e se una si aggrava anche l’altra segue la stessa tendenza, e per raggiungere gli obiettivi previsti è essenziale che anche le aree protette forniscano un serio contributo per raggiungere la neutralità climatica (NetZero).

La transizione ecologica nelle aree protette (dove sono presenti specie a rischio di estinzione) si deve realizzare con maggiore decisione e attraverso una rinnovata intesa tra gli enti gestori (che hanno competenza sulla tutela della biodiversità), le istituzioni locali (che hanno competenza nelle altre politiche territoriali potenzialmente impattanti), la condivisione delle comunità locali e la partecipazione delle imprese locali che producono e vivono nei territori protetti (che con le loro scelte incidono sul consumo di risorse naturali). Occorre una strategia di mitigazione ai cambiamenti climatici in ogni area protetta costruita in maniera partecipata e capace di indicare la via per dimezzare l’attuale livello di emissioni entro il 2030 per raggiungere la neutralità climatica entro il 2040. Per fare questo i parchi devono mettere al centro della loro azione l’economia circolare, le comunità energetiche rinnovabili, la mobilità sostenibile e puntare decisamente a realizzare nelle aree protette green community a emissioni zero.

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