Galati (Romania), 29 maggio 2026 – Lo schianto di un drone russo a Galati su un condominio rappresenta il più grave incidente di sicurezza registrato sul territorio romeno dall’inizio del conflitto in Ucraina. L’episodio, come riportato dal quotidiano Adevarul, ha riacceso con forza il dibattito sulle pesanti vulnerabilità della difesa antiaerea nazionale, in particolare di fronte alla minaccia rappresentata da bersagli che si muovono a quote estremamente basse. Nonostante i radar avessero tempestivamente rilevato la minaccia e i caccia F-16 fossero decollati d’urgenza con l’autorizzazione di fare fuoco, l’intercettazione è fallita, evidenziando un pericoloso divario operativo tra la capacità di avvistamento e l’effettiva distruzione del bersaglio prima che questo raggiunga i centri abitati.
Romania “armata fino a denti” ma indifesa
Il cuore del problema risiede nell’inadeguatezza strutturale dei sistemi di difesa tradizionali contro la cosiddetta ‘guerra dei droni’. Come spiegato dal generale in congedo Alexandru Grumaz, velivoli sofisticati come gli F-16 sono macchine progettate per ingaggiare caccia supersonici o distruggere blindati, non per dare la caccia a piccoli droni lenti, grandi “quanto un frigorifero”, che volano a soli 50 metri di altezza sopra i tetti delle case. A queste altitudini, l’uso di armamenti convenzionali presenta rischi catastrofici per la popolazione civile: il lancio di un missile Patriot da 4 milioni di dollari all’interno di un perimetro urbano, in caso di mancato aggancio, rischierebbe infatti di ricadere sulla città stessa, provocando danni superiori a quelli della minaccia iniziale.
Attualmente la Romania dispone di un arsenale di tutto rispetto, che include sistemi Patriot, lanciatori Himars e semoventi antiaerei Gepard, ma l’incidente di Galati dimostra che nessuna di queste armi è pienamente ottimizzata per neutralizzare minacce asimmetriche a ridosso del suolo.
L’IA e il sistema Merops
Per colmare questa lacuna critica, la Nato e la Romania stanno accelerando l’implementazione sul di una ‘zona cuscinetto’ altamente tecnologica sul confine con l’Ucraina, basata sull’integrazione di sensori avanzati e intelligenza artificiale. Al centro di questa nuova strategia ci sono i test effettuati lo scorso aprile nel Mar Nero con il sistema anti-drone Merops, sviluppato dalla compagnia americana Project Eagle, fondata dall’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt. Il ministro della Difesa Radu Miruta ha confermato che questo dispositivo, già in uso negli eserciti di Stati Uniti, Polonia e Lituania, diventerà operativo a breve per proteggere lo spazio aereo romeno.
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Droni che abbattono droni
Il sistema Merops adotta un approccio radicalmente innovativo ed economico rispetto alla contraerea classica: non lancia vettori da terra, ma utilizza droni cacciatori progettati specificamente per distruggere altri droni. Una volta decollato, l’intercettore viaggia a velocità superiori ai 290 km/h e, sfruttando la propria intelligenza artificiale di bordo, traccia autonomamente il bersaglio analizzandone le onde radio, il radar o la firma termica. Quando si posiziona a circa un chilometro di distanza dall’obiettivo, l’IA blocca la traiettoria e innesca un’esplosione di prossimità per frammentazione, neutralizzando la minaccia. Oltre all’efficacia a bassa quota, il Merops offre un vantaggio economico decisivo: ogni unità costa meno di 10 mila dollari (con la prospettiva di scendere a 7.000), una cifra irrisoria rispetto ai costi insostenibili dei missili tradizionali, rendendo la difesa sostenibile anche di fronte ad attacchi di saturazione condotti con stormi di droni economici.