Piccoli indizi di morte: il romanzo che reinventa il giallo partendo da una cravatta e dalla storia di Aldo Moro

C’è una cravatta, all’inizio di questa storia. Una cravatta che è un talismano, uno scudo e una promessa di identità in un mondo dove tutto cambia troppo in fretta. La cravatta è legata al collo di Guido Caffè, il giovane protagonista di Piccoli indizi di morte, romanzo d’esordio di Alessandro Ferranti, ospite del vodcast Il Piacere della Lettura. E forse è proprio da quella cravatta — simbolo di fragilità e di resistenza insieme — che si può entrare davvero nel mondo di Ferranti: un mondo dove il mistero non è solo criminale, ma umano.

Ferranti, romano, uomo di cinema e di storie, ha un modo di parlare che somiglia ai suoi personaggi: diretto, curioso, pieno di rispetto per le ombre. “È difficilissimo raccontare un giallo senza spoilerare”, ammette sorridendo. In effetti Piccoli indizi di morte non è solo un giallo: è il ritratto di un ragazzo di venticinque anni, appena laureato, che si ritrova a fare la comparsa in un film ucronico su Aldo Moro. Ma quella scena — il cofano che si apre, l’uomo che invece di essere morto respira ancora — diventa il detonatore di un’indagine più grande, doppia, reale e interiore.

Ferranti non si limita a evocare il caso Moro: lo attraversa, lo usa come lente per guardare la Storia e chiedersi “e se…?”. “Mi piace provocare — dice — perché la storia con i se non si fa, ma in fondo la facciamo tutti.” È una provocazione che funziona: se Aldo Moro fosse stato trovato vivo, la Storia d’Italia sarebbe stata diversa? Forse. Ma quel dubbio basta per farci restare lì, sospesi tra cronaca e immaginazione.

Nel romanzo, però, c’è anche un’altra Roma, lontana dai palazzi del potere. È Roma Est, quella popolare, “multicolore, multiodore, multianimale, multietà, ma senza parcheggio”, come la definisce Ferranti. È la Roma delle tabaccherie che diventano palcoscenici, delle vite incrociate ai semafori, dei ragazzi che ancora credono nei sogni: la Roma di Guido Caffè. Ed è lì che il nostro protagonista incontra Ester Palma, commissaria dal passato pesante, donna tosta e sola, che in lui trova una sorta di alleato, o forse di specchio.

Ferranti sceglie di non ambientare nemmeno una scena dentro un commissariato. “Mi interessava l’indagine all’antica, fatta di deduzioni, di dialoghi, di intuizioni. Non il DNA, ma la testa.” E forse anche il cuore, verrebbe da dire, perché Piccoli indizi di morte è, più di tutto, un romanzo sull’amicizia e sulla necessità di restare umani dentro un mondo che si indaga, sì, ma non sempre si capisce.

Il romanzo di debutto di Alessandro Ferranti è un giallo fuori dai soliti schemi
Il romanzo di debutto di Alessandro Ferranti è un giallo fuori dai soliti schemi

L’amicizia con Nick, quella con Ester, i traumi che uniscono e separano, il quartiere che osserva come un coro greco: tutto torna nel racconto di Ferranti come un mosaico di vite ordinarie e straordinarie insieme. “Il male esiste, certo,” riflette lo scrittore, “ma dal male può nascere il bene. Anche se un morto non ce lo ridarà nessuno.” È la consapevolezza amara e lucida che accompagna chi scrive gialli per raccontare la vita, più che la morte.

E se alla fine Guido Caffè diventa un investigatore un po’ per caso, è perché la curiosità, in fondo, è la forma più pura di speranza. Quella che ci spinge a fare domande, a scavare, a guardare oltre il cofano chiuso della realtà. Perché, in fondo, ogni mistero — anche il più oscuro — inizia sempre da un piccolo indizio di vita.