
Un dato allarmante che emerge da uno studio condotto dall’Università degli Studi di Bologna e WeWorld nell’ambito della campagna europea #ClimateOfChange. Ad oggi gli accordi con l’Ue insufficienti per tutelare l’ambiente e salvaguardare il settore della pesca
Il Senegal è il Paese oggetto dello studio condotto dall’Università degli Studi di Bologna e WeWorld nell’ambito della campagna europea #ClimateOfChange, cofinanziata dal programma di educazione allo sviluppo e sensibilizzazione dell’Unione Europea (Dea). Dallo studio è emerso che il Paese dell’Africa Occidentale contribuisce in modo sproporzionato alla plastica oceanica. Nonostante le sue piccole dimensioni – è l’87esimo al mondo per estensione – è infatti il 21esimo più grande inquinatore di oceani del mondo. Una posizione dovuta al fatto di essere diventato punto di raccolta di rifiuti provenienti da tutto il resto del mondo ma anche a una maggiore richiesta interna di prodotti confezionati e prodotti in serie.
Inquinamento da plastica in Senegal, i dati
Più del 65% dei senegalesi vive in zone costiere, prevalentemente concentrate intorno a Dakar e altre aree urbane. Le aree costiere del Senegal sono altamente fragili dal punto di vista ambientale e devono affrontare l’aumento del livello del mare, l’erosione costiera, la salinizzazione del suolo, le tempeste , l’inquinamento e l’esaurimento degli stock ittici e della biodiversità. I centri urbani del Senegal, come Dakar, sono particolarmente vulnerabili alle inondazioni, principalmente a causa della rapida e non pianificata urbanizzazione e dell’alta densità urbana.
La gestione dei rifiuti è un problema sia comportamentale che strutturale. La maggior parte dei rifiuti sono rifiuti domestici e vi è assenza delle necessarie infrastrutture. Le grandi città come Dakar mancano di siti di smaltimento adeguatamente concepiti e quasi il 70% dei rifiuti solidi viene depositato in siti di smaltimento non autorizzati, malgrado a 30 km dalla capitale Dakar da oltre 50 anni vi sia la discarica statale di Mbeubeuss, una delle più grandi del mondo. Mbeubeuss è costruita sopra montagne di rifiuti. Plastica ma anche vestiti: resti dell’industria del fast fashion e del suo impatto sull’ambiente. Secondo Beyond Plastics, meno del 9% della plastica viene riciclata, la maggior parte finisce nell’ambiente naturale e le nuove proposte di “riciclaggio chimico” o “riciclaggio avanzato” sono in realtà più prossime al semplice incenerimento, ovvero una delle principali fonti sia di emissioni climatiche che di inquinanti atmosferici nocivi.
Quasi il 70% dei rifiuti solidi viene depositato in siti di smaltimento non autorizzati, malgrado a 30 km dalla capitale Dakar da oltre 50 anni vi sia la discarica statale di Mbeubeuss, una delle più grandi del mondo
Il Senegal contribuisce in modo sproporzionato alla plastica oceanica: nonostante le sue piccole dimensioni è il 21° più grande inquinatore di oceani del mondo e i suoi rifiuti di plastica oceanica rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti. I rifiuti sono una caratteristica significativa nel paesaggio nelle aree più povere di Dakar. Mbeubuess è all’aperto, sacchetti e bottiglie vengono trasportati dal vento e finiscono sulle spiagge e nell’oceano.
La baia di Hann è oggi tra le più inquinate dell’Africa occidentale ed è la prima zona industriale dell’Africa occidentale, ospitando circa il 70-80% delle industrie del Senegal. L’inquinamento di Hann Bay è causato dalle acque reflue di molte fonti industriali, tra cui aziende chimiche, un mattatoio e una raffineria di petrolio.
“Il ruolo del cambiamento climatico e più in generale del degrado dell’ambiente nel guidare le tendenze migratorie attuali e future richiede una comprensione dettagliata dei fattori di breve e di medio-lungo periodo alla base delle vulnerabilità delle diverse popolazioni e di come esse inducano migliaia di persone a muoversi in cerca di un ambiente più accogliente in grado di garantire cibo, salute, e un lavoro dignitoso – spiega Margherita Romanelli coordinatrice area Advocacy e Programmi UE di WeWorld – Il Senegal è un caso emblematico: la modifica delle correnti oceaniche e della salinizzazione dell’acqua, la perdita di biodiversità e l’erosione delle coste – tutti fenomeni dovuti ai cambiamenti climatici – e il degrado ambientale causato dall’inquinamento e dall’abnorme presenza di rifiuti plastici, lascia a molti pescatori l’emigrazione come unica scelta. Anche nel caso del Senegal (uno dei 4 paesi studiati da UniBo per la campagna Climate of Change di We World) incide una responsabilità netta del nord del pianeta: sono qui i paesi che inviano i loro rifiuti, legalmente e illegalmente, al Sud del globo che, per mancanza di investimenti, tecnologie e infrastrutture, già non è in grado di gestire i propri. Ci auguriamo che il trattato internazionale sulla plastica contenga tutti gli elementi necessari per salvare le generazioni future, a partire da quelle più esposte, dai danni irreversibili dell’inquinamento da plastica, perché dall’estrazione dei combustibili fossili necessari a produrla fino allo smaltimento, la plastica crea impatti notevoli per le persone e per il pianeta”.
Senegal, pesca sempre più a rischio
ll case-study senegalese e in particolare le testimonianze delle comunità di pescatori costieri intorno a Dakar e a Saint Louis, confermano la riduzione degli stock ittici che rende precaria la sopravvivenza in un paese in cui l’attività prevalente è la pesca.
Secondo Abdoulaye Diouf, ambientalista e tra i fondatori di Doleel Thiaroye Sur Mer, associazione che lavora per la sensibilizzazione sulla gestione dei rifiuti: “La spiaggia è piena di rifiuti, che scacciano i pesci perché non possono respirare. Se i pesci non possono vivere nel loro ambiente, alla giusta temperatura, si spostano altrove. I pescatori devono quindi lavorare di più per raggiungere i pesci che si spostano in luoghi dove dominano le grandi barche. Questo è il problema”.
Le “grandi barche” a cui si riferisce sono quelle industriali dell’UE, della Russia e della Cina. Questa è una forma di “accaparramento degli oceani”, in cui l’uso e il controllo delle risorse ittiche viene sottratto ai piccoli pescatori e alle loro comunità, con poca preoccupazione per le conseguenze ambientali negative.
A questo proposito Saliou Ba, ambientalista della città di Rufisque, nel Senegal occidentale, afferma che “l’inquinamento dovrebbe essere contrastato; le licenze di pesca consegnate alle barche straniere dovrebbero essere diminuite; coloro che lavorano e vivono di pesca dovrebbero essere aiutati a pulire i fondali marini perché la maggior parte delle grotte marine che ospitavano i pesci sono ora piene di plastica; dovrebbero essere create zone marine protette per promuovere la riproduzione dei pesci; e si dovrebbe fornire assistenza al Senegal per rafforzare il suo sistema di controllo sui pescherecci da traino stranieri, che è un vero problema”.
Gli accordi Ue-Senegal non bastano
Nonostante un accordo siglato tra l’Ue e il Senegal per regolamentare delle grandi imbarcazioni europee nelle acque del paese africano, le voci dei pescatori locali evidenziano come questo stia determinando da anni conseguenze negative sulle riserve di pesce e sulla vita delle comunità locali. “La combinazione di molteplici comportamenti predatori delle risorse naturali da parte di soggetti economici europei, non lascia opportunità di vita dignitosa per molte persone che sono costrette a migrare”, conclude Margherita Romanelli. “È tempo di scelte coraggiose, di vietare e sanzionare pratiche non sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale. L’accordo di Nairobi va in questa direzione, come la recente proposta di Direttiva europea sulla due diligence delle imprese alla sostenibilità. Tuttavia molto deve essere ancora fatto. Le proposte abbozzate devono tenere maggiormente conto della voce di chi subisce i danni, proteggere le comunità più fragili e vulnerabili, facilitare un loro reale accesso alla giustizia. La promozione di una cultura dei diritti e l’imposizione di sanzioni significative per chi li infrange sono necessarie per realizzare una sostenibilità reale”.