Popoli indigeni, la scoperta della scienza dell’esperienza

popoli arabi

Dopo secoli di razzismo e “appropriazione indebita”, il mondo occidentale inizia a valorizzare la conoscenza indigena. Un processo scientifico collaborativo che arricchisce il sapere umano, nel rispetto del patrimonio culturale tradizionale

Dal mensile – Per buona parte della storia il mondo scientifico occidentale ha sfruttato le loro conoscenze senza dargliene merito. Ma ora qualcosa sta cambiando. Le popolazioni indigene interagiscono con la natura in modo molto più diretto e costante di chi abita in contesti urbani. E da sempre, già prima che la ricerca scientifica fosse formalizzata, sviluppano sistemi di conoscenza basati sull’esperienza, osservando i processi fisici ed ecologici, indagando la complessità degli ecosistemi e utilizzandone le componenti funzionali per fini pratici o ricreativi. L’immenso bagaglio di saperi tradizionali di queste comunità remote, tramandato negli anni  attraverso le generazioni, è universalmente noto come “conoscenza indigena” (indigenous knowledge, Ik) e ha contribuito a comporre la scienza occidentale senza chiedere nulla in cambio. Da qualche anno, però, è la comunità scientifica internazionale a riconoscere ufficialmente l’importanza del sapere tradizionale nell’avanzamento della cultura scientifica. Le pagine di prestigiose riviste scientifiche sono state invase da pubblicazioni su questo argomento, ultima in ordine cronologico la review pubblicata a novembre su Frontiers in Ecology and the Environment dal gruppo di ricerca di Chris Darimont dell’Università di Victoria, in Canada.

Integrare conoscenza indigena e scienza occidentale richiede un cambiamento di mentalità

Gli argomenti trattati sono i più vari: dai cambiamenti ecologici e climatici alla conservazione di specie protette, dall’evoluzione alla fisiologia, dall’ecologia applicata all’etnobotanica. Secondo gli autori, non basta solo far partecipare i cittadini al processo scientifico: l’Ik si distingue dalla scienza occidentale e dalla citizen science perché oltre all’osservazione diretta include un ampio spettro di conoscenze e valori spirituali alla base delle relazioni uomo ambiente. Un riconoscimento culturale che valorizza la conoscenza indigena, riportandola almeno simbolicamente nel luogo in cui è nata.

Tesori nascosti

«La conoscenza indigena – spiega a Nuova Ecologia Gianluca Serra, ecologo specializzato in conservazione degli ecosistemi naturali e di specie minacciate – è usata da sempre dai ricercatori occidentali. Durante l’epoca delle grandi esplorazioni e del colonialismo, le scoperte sono state fatte “parassitando” la conoscenza degli indigeni che venivano usati come guide, senza mai ricevere adeguato riconoscimento». Nel settore dell’ecologia in particolare, spiega il ricercatore, la conoscenza indigena comprende la local ecological knowledge (Lek) e la traditional ecological knowledge (Tek). «La prima è acquisita dal singolo individuo mediante esperienza diretta ed è maturata per esempio da pescatori, cacciatori o raccoglitori durante l’interazione con la natura. La seconda è un patrimonio più collettivo, dalla dimensione temporale più ampia, tramandato verticalmente di generazione in generazione e contraddistinto anche da miti, storie e leggende».

Cambio di passo

Un’apertura verso le comunità locali deriva anche dal cambio di paradigma che sta investendo l’intero ambito della tutela della natura. In effetti, le popolazioni indigene stanno riaffermando i loro diritti a gestire la terra, la fauna selvatica e le risorse naturali. Diritti rafforzati da contesti legali e politici a livello nazionale e internazionale, come la Cop26 di Glasgow, dove il ruolo degli indigeni è stato riconosciuto in una menzione speciale dell’accordo finale. Lo testimoniano anche i programmi di conservazione, che hanno abbandonato l’approccio “escludente”, finalizzato cioè a limitare l’accesso umano ad aree specifiche, per adottarne uno più partecipativo, community based. «Fino a qualche anno fa era diverso – sottolinea Gianluca Serra – ma ora è diffusa la consapevolezza che sono gli indigeni a vivere nelle aree di più grande interesse e che proprio loro devono essere coinvolti nella gestione dei progetti. Da mere guide e accompagnatori sherpa sono diventati attori principali delle indagini sui territori».

Risorsa tempo

Le difficoltà operative di compiere una ricerca integrando l’approccio scientifico “tradizionale” con quello della conoscenza indigena sono notevoli. Lo sa bene Serra, che dal 2000 ha seguito per dieci anni progetti di tutela dell’Ibis eremita (Geronticus eremita) in Siria, scoprendone sette esemplari vivi grazie alle testimonianze degli ultimi pastori beduini nomadi, smentendo la radicata convinzione che la specie fosse estinta localmente dagli anni Trenta del secolo scorso. «Per la complessità del lavoro da svolgere, ci sarebbe necessità di biologi, etnografi, sociologi e psicologi. Lavorare con la conoscenza indigena è una strategia multidisciplinare, low tech e low economic, poco esigente dal punto di vista economico e tecnologico, ma decisamente time intensive – racconta Serra – Occorre investire molto tempo nelle aree di studio, conquistare la fiducia degli abitanti, avere una rete di contatti utili e conoscere davvero la cultura locale, imparandone anche la lingua. Non basta compiere spedizioni di qualche mese pensando di possedere la conoscenza migliore sull’argomento». L’altra grande difficoltà dell’approccio risiede nel mantenimento del rigore scientifico. «È cruciale saper tradurre il patrimonio di conoscenza indigena in qualcosa che sia spendibile scientificamente – continua l’esperto – Tutto sta nel metodo: bisogna costruirne uno univoco e replicabile». In ogni caso, è bene utilizzare degli accorgimenti, soprattutto in condizioni di povertà, dove qualcuno potrebbe vedere nell’avvento dei ricercatori stranieri una speranza di vita migliore. «Si possono fare dei blind test, senza esplicitare direttamente il target della ricerca – conclude il ricercatore – per scoprire eventuali bluffatori».

L’Ik e la scienza occidentale condividono caratteristiche comuni e possono offrire basi concettuali complementari. Integrarle richiede un cambiamento di mentalità da parte degli scienziati, che devono riconoscere alle popolazioni indigene il diritto all’autodeterminazione e all’iniziativa indipendente nei progetti. Con un processo collaborativo adeguato, il rispetto dovuto e il riconoscimento pieno del merito, però, entrambe potranno continuare a dare contributi originali fondamentali alla nostra conoscenza.

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