Puntata 3 – Saper fare e saper digitare

L’ultimo punto da affrontare è indubbiamente il più complesso ed è anche la chiave di volta del discorso imbastito fino a qui. Ovvero: c’è davvero, al di là della metafora, per trasferire l’arte del fare che si perde nella notte dei tempi, partendo dalle botteghe rinascimentali italiane, fino alle moderne imprese digitali dei giorni nostri?

Si parla spesso, e a volte con estrema semplificazione, di artigiani digitali. Il discrimine in realtà è sottile: cosa unisce lo scultore dotato di scalpello e l’ingegnere informatico che progetta un’impalcatura di It utilizzando l’intelligenza artificiale? In fondo la risposta, in un discorso che scopriamo essere circolare, non è che la stessa fin dall’inizio.

Scalpello e intelligenza artificiale, altro non sono che utensili, e un utensile può cambiare forma, contenuto, dimensioni e campo d’applicazione ma non perde certo la sua finalità: un attrezzo che, in supporto all’intelletto umano, alle mani e al cervello di chi lo utilizza, rende possibile e tangibile un’idea e un oggetto.

Il fine giustifica i mezzi, diceva Niccolò Macchiavelli e il concetto è attuale ancora oggi. Tradotto dalla politica all’industria, il concetto in fondo non cambia. Così il computer o un’intelligenza generativa non sono poi così diversi dal tornio o dalla macchina con cui, decenni fa, i capitani d’impresa di oggi hanno realizzato, anzi arrangiato, il loro prototipo che, più avanti, e raffinando forme e produzione, sarebbe divenuto un prodotto di successo.

È il concetto di bricolage, che nelle nostre case come nelle teorie antropologiche di Claude Lévi-Strauss, altri non è che il realizzare qualcosa di nuovo e rivoluzionario usando materia e attrezzi che, in origine, erano pensati per altro. Non importa come o con cosa, basta soltanto saperlo fare.