Rebellin e ora basta: fermiamo la strage dei ciclisti

bicicletta traffico

La morte di Davide Rebellin riapre la questione sicurezza. Nel solo 2021 sulle nostre strade sono morti oltre 200 ciclisti, più dei partecipanti al “Giro d’Italia”. Facciamo nostra la proposta di legge per l’obbligo al rispetto della distanza di 1,5 metri quando si sorpassa una bici e per il limite dei 30 km/h in città

Solo una settimana fa raccontavamo da queste pagine che il nostro non è un Paese per bici. Ieri ne abbiamo avuto la tragica riprova con la morte assurda di Davide Rebellin. Oggi possiamo dire, più correttamente, che l’Italia non è proprio un Paese per ciclisti: li ignora, non li vede, li maledice, li uccide e non si accorge di loro neanche dopo averli uccisi. Qualche settimana fa Mauro Berruto, ex ct della nazionale di pallavolo e ora deputato del Partito Democratico, ha presentato una proposta di legge per l’obbligo al rispetto della distanza di 1,5 metri quando si sorpassa un ciclista. Provate a dare un’occhiata ai commenti al suo post su Twitter: un desolante elenco di risposte impastate con livore, protervia e ignoranza che raccontano meglio di qualsiasi dossier la profondità del solco scavato fra utenti forti e utenti deboli della strada. Una distanza che cresce sempre più proprio in virtù di quel rapporto di spesa di 1 a 100 fra gli investimenti che l’Italia fa ogni anno per il mondo delle biciclette e quello per le auto. Di questo passo, chi pedala in Italia sarà sempre più un marziano, uno scomodo intruso sull’asfalto, una sorta di rallentatore del traffico “nobile”, quello motorizzato. Un intralcio che non si capisce perché non vada a pedalare sulle strade ad esso dedicate, lasciando libera la strada per il rombo dei motori.

Due settimane fa un Comune in Messico ha adottato un singolare provvedimento: ha chiesto agli autisti del trasporto pubblico di salire sui pedali di una bici e provare il brivido di essere sorpassati da un autobus, li ha resi ciclisti per qualche minuto per far loro sperimentare come ci si sente a essere accostati da un mezzo pesante, percepirne la mole, contrastare lo spostamento d’aria e riuscire a tenere ben saldo il manubrio. È come passare da un mondo a un altro, da una dimensione a un’altra, perché a queste condizioni sono veramente due mondi separati e inconciliabili: le biciclette hanno tutto il diritto di stare sulle strade, di conseguenza bisogna obbligare il traffico motorizzato a tenerne conto prendendo le giuste distanze e riducendo la velocità. Altrimenti continueremo questa macabra conta delle vittime, che nel 2021 ha superato abbondantemente la soglia dei duecento morti. Un tributo di ciclisti numeroso quanto i partecipanti al Giro d’Italia.

Davide Rebellin era un ciclista longevo, aveva abbandonato le gare da poche settimane a 50 anni suonati, un’età impossibile per uno sportivo. Ma avrebbe continuato a pedalare ancora e ancora perché la bicicletta non era una semplice attività agonistica, era la sua passione, la sua vita. Salire sulla bici e pedalare diceva che lo faceva sentire bene e soltanto chi va in bici può capire quanto questa frase sia vera. Sarà retorico, ma facciamo in modo che queste morti non siano state vane: chiediamo subito, e tutti, la distanza di sorpasso di 1,5 metri dai ciclisti e città a 30 km/h per continuare a pedalare. Perché l’Italia torni a essere un Paese per bici. E per ciclisti.