Riccardo Muti e i cori per don Minzoni: “Univa vita reale e trascendenza”

Ravenna, 6 maggio 2026 – Nel primo Novecento ad Argenta, nella Bassa ferrarese, terra segnata da conflitti sindacali e operai, don Giovanni Minzoni fondò una cooperativa agricola per gli ex combattenti, aprì un laboratorio di maglieria, aiutò le famiglie in difficoltà e fu sempre vicino ai giovani, avviando anche i primi gruppi scout e un ricreatorio con un cinematografo. “Fin dal mio arrivo a Ravenna, diversi anni fa, ho sentito sempre parlare di questo sacerdote straordinario nato qui, uno spirito libero, moderno, capace di guardare avanti: fece cose rivoluzionarie per i suoi tempi, per esempio l’istituzione di gruppi nei quali non esisteva più la separazione fra uomini e donne. Fu un uomo di fede davvero con lo sguardo aperto”, ricorda Riccardo Muti che al parroco ucciso in un agguato fascista nel 1923 (e già avviato verso la beatificazione) ha deciso di dedicare la seconda edizione di ‘Cantare amantis est’, il coro dei cori che il 1° e 2 giugno riunirà al Ravenna Festival migliaia di voci da tutta Italia. “L’anno scorso hanno partecipato in 3116, dai 4 agli 87 anni – aggiunge – Quest’anno abbiamo già superato le 3500 adesioni”.

Maestro, come ha pensato questo omaggio a don Minzoni?

“Per il programma di “Cantare amantis est“ (una citazione di Sant’Agostino, ndr) ho scelto alcune pagine di tema sacro e mi è sembrato giusto rendere un tributo a un sacerdote che è figura centrale della storia d’Italia. In lui tra l’altro riconosco anche la capacità di tenere insieme la realtà della vita con la trascendenza, il corpo con lo spirito, un concetto agostiniano che sicuramente è caro anche a Papa Leone”.

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Don Minzoni venne assassinato in un agguato politico…

“Ovviamente la sua indipendenza e la sua libertà nelle idee si scontravano con un regime che imponeva una linea di pensiero e di condotta totalmente diversa. Tutti i regimi dittatoriali, di destra o di sinistra, adottano uno stesso criterio: chi non è con me è contro di me”.

Su quali brani terrà la sua masterclass con i cori?

“Studieremo insieme alcune pagine meravigliose come l’Ave Verum Corpus di Mozart che sembra veramente scritto dal Padreterno: di solito viene eseguito da un piccolo gruppo ma qui si ascolterà da più di tremila voci. Una musica veramente “divina“ merita un’esperienza che travalichi l’ortodossia del numero stilistico. E poi, tra l’altro, la pagina per coro solo del Requiem di Verdi e il prologo del Mefistofele di Boito che dà a ogni cantore la possibilità di esprimere la propria potenza vocale”.

Cantare insieme ha sempre un significato simbolico…

“Certo, perché in un brano corale ci sono linee melodiche diverse che tuttavia devono armonizzarsi e arrivare a un risultato che è immagine del Bene comune, lo stesso concetto su cui deve fondarsi il vivere civile”.

Il 2 giugno saranno anche gli 80 anni della nostra Repubblica. Quale augurio vuole rivolgerle?

“Abbiamo visto che l’ordine globale di questo mondo si sta completamente rovesciando: si sta andando verso strade che non riusciamo a comprendere e sembra di essere in una specie di vigilia del caos. Occorre dunque che la Repubblica di un Paese straordinario come il nostro, con tutte le sue caratteristiche naturali, culturali e artistiche, continui a mantenere salde le radici del passato e non farsi contaminare da influenze esterne che possano inficiarne le caratteristiche. È assolutamente necessario aprire verso il mondo che sta cambiando e allargare le braccia, come avrebbe fatto don Minzoni, ma è pure fondamentale non tradire le caratteristiche che hanno reso il nostro Paese unico al mondo. Rammento spesso la frase di Federico II fece scolpire sulla Porta di Capua, sotto il busto di Pier delle Vigne e di Taddeo da Sessa, “Intrent securi qui quaerunt vivere puri“, entrino con sicurezza coloro che intendono vivere onestamente”.

Lei è appena rientrato dal Giappone dove ha diretto il Don Giovanni allo Spring Festival. E fra qualche giorno tornerà a Vienna…

“Mi attendono i miei amatissimi Wiener Philharmoniker: li dirigerò nelle ultime tre sinfonie di Haydn, 102, 103 e 104, che si ascoltano raramente. Lo chiamano “Papà Haydn“ perché lui fu in effetti il mentore e il precursore di Beethoven, ma io non smetterò mai di ricordare ai miei amici austriaci che Haydn ripeteva sempre che il suo insegnante più importante era stato Niccolò Porpora da Napoli, e nella sua musica in effetti si avvertono caratteristiche della scuola napoletana. Un motivo in più per non dimenticare ciò che l’Italia ha fatto per la musica nel Settecento e nell’Ottocento, e che dovrebbe continuare a fare. Anche se talvolta la musica mi sembra un po’ abbandonata”.