Trump-Papa, le reazioni del governo. Meloni sceglie il silenzio, priorità all’asse con Rubio

Roma, 6 maggio 2026 – Il silenzio di Giorgia Meloni è diventato, nelle ultime ore, l’arma più eloquente del governo. Se solo tre settimane fa la premier non aveva esitato a definire “inaccettabili” gli attacchi di Donald Trump al Papa, ora la strategia vira verso la massima prudenza: l’inquilina di palazzo Chigi si trincera dietro lo scudo diplomatico di Antonio Tajani, consapevole che il vero fulcro della missione del Segretario di Stato americano, Marco Rubio, si trovi oltre il Tevere. Mentre l’attenzione è tutta rivolta all’incontro di domani in Vaticano, dove si misureranno le reali distanze tra la Casa Bianca e Leone XIV, Meloni lascia che sia il ministro degli esteri a gestire i pesi e le misure per proteggere il Pontefice senza incendiare i rapporti con Washington. Il risultato è un messaggio sui social in cui anche le virgole sono pesate col bilancino: attacchi “non condivisibili e non utili alla pace”, ribadendo il sostegno del governo “ad ogni azione e parola” del Santo Padre.

In questo muro alzato dalla maggioranza a difesa del Vaticano, l’assenza della voce di Giorgia non è un particolare insignificante: la sua è l’unica parola capace di far infuriare davvero Trump. Il primo a reagire a botta calda è invece Matteo Salvini, che veste i panni del custode della tradizione: “Il Papa non si discute, si ascolta”, sentenzia il vicepremier, preoccupandosi però di precisare che resteremo alleati degli Stati Uniti “a prescindere da questo o quel malinteso”. Se Tajani media e Salvini si erge a sentinella, solo il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi — che non sedendo in Consiglio dei ministri ha le mani più libere — può permettersi la scimitarra: “Le nuove esternazioni di Trump sono inopportune”.

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Ma a Washington arriverà soprattutto il silenzio della leader. Un silenzio che non è sottomissione. Al contrario, nel vertice di maggioranza di oggi alle dodici Meloni punterà a una linea chiara: ricucire senza piegarsi. Ribadirà che le critiche del presidente americano sono prive di fondamento e manterrà la solidarietà con l’Europa, rivendicando però ampi margini di autonomia per non compromettere i rapporti con l’alleato. Se la difesa dei valori è la spada, il ramoscello d’ulivo sarà il sostegno all’amministrazione Trump sui dossier della stabilità globale, a patto che non vengano chieste cose impossibili, come l’uso della base di Sigonella per missioni belliche in contrasto con la nostra Costituzione.

La strategia della ’doppia voce’ si concretizzerà venerdì in una staffetta diplomatica: spetterà a Tajani aprire i colloqui alle 10:00, seguito alle 11:30 dal faccia a faccia tra la premier e il ’dear Marco’. Un doppio passaggio che probabilmente salterà la tappa con il ministro della Difesa Crosetto per evitare ridondanze: l’obiettivo è spiegare al cattolico Rubio che un governo di destra in Italia non può lasciar passare attacchi brutali contro il Papa senza reagire. Ma la partita è più ampia e riguarda le fiamme che avvolgono lo scacchiere internazionale. Sul tavolo non ci sarà solo la dialettica religiosa, ma i nodi reali della geopolitica: la sicurezza nello stretto di Hormuz, e le guerre in corso che richiedono un equilibrio delicatissimo tra fedeltà atlantica e interessi nazionali. Né a palazzo Chigi né alla Farnesina sanno davvero quale ’prezzo’ chiederà Rubio – oltre “all’aiuto per costruire le forze armate in Libano” – per il mantenimento dei rapporti transatlantici, tra il rischio di un disimpegno dalla Nato e lo spettro dei dazi. Anche per questo il governo sceglie di abbassare la pressione, derubricando l’intera missione a una semplice “visita di cortesia”.