SCUOLA/ Docenti, libertà di scelta e autonomia: tre temi in “soccorso” dei partiti

Se un programma è, come recita il dizionario, “Enunciazione particolareggiata di ciò che si vuole fare, d’una linea di condotta da seguire, degli obiettivi cui si mira e dei mezzi coi quali si ritiene di poterli raggiungere”, una lettura anche attenta di quanto i partiti intendono fare per la scuola e per l’istruzione nella prossima legislatura porta ad affermare che un “programma” in questo senso non esiste proprio. I partiti elencano una serie di proposte che dovrebbero piacere agli elettori, ma non si accenna né ai mezzi né ai tempi: ora, la  scuola ha bisogno di tempi lunghi, non di enunciazioni di principio, per trovare il modo di costruire il tessuto delle relazioni che consentono ad un Paese di crescere anche economicamente, ma soprattutto come comunità coesa intorno ad un sistema di valori, e al tempo stesso inclusiva.

Per  migliorare la scuola, e non solo per cambiarla, sarebbe opportuno avere chiare in mente poche cose, e realizzarle secondo la metodologia della ricerca: analisi del problema, progettazione, realizzazione, valutazione, ri-progettazione. Gli inglesi la chiamano rolling reform, riforma capace di modificarsi senza rimettere tutto in discussione, ma in Italia si preferisce procedere con grandi enunciazioni teoriche, o con  “contentini” che non portano da nessuna parte.

Un’ipotesi di intervento nella scuola deve avere una vision e una mission: in altre parole, deve partire da un’idea del ruolo della scuola nella società, e deve avere un’immagine precisa non solo di dove andare, ma di come andarci e con quali mezzi. Altrimenti, come diceva Seneca duemila anni fa, “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

Vediamo comunque qualche proposta, a partire dal sito di Tuttoscuola che descrive minutamente le circa quaranta proposte presentate dai vari partiti, che per la loro genericità costituiscono un vero e proprio “libro dei sogni”: nei programmi dell’intero arco costituzionale si proclama la centralità della scuola, ma si mette al massimo un  cerotto sulle ferite più gravi (vi ricordate la toppa nuova su di un vestito vecchio?), così che la scuola non pare messa in grado di far fronte alle richieste di una società in sempre più rapida trasformazione, e alle prese con problemi gravi e imprevedibili; ma nemmeno a problemi altrettanto gravi e prevedibilissimi, come l’insuccesso scolastico, la diffusione dell’analfabetismo funzionale, lo scollamento fra competenze richieste e offerte e l’esistenza di una profonda spaccatura fra le diverse zone del Paese.

Per esemplificare che cosa intendiamo per “assenza di un progetto” prendiamo ad esempio la proposta del Pd di estendere l’obbligo scolastico gratuito dai 3 ai d18 anni, che comporterebbe l’entrata nella scuola dell’infanzia di circa 150mila bambini in più, l’istituzione di nuove sezioni, il reclutamento di almeno 9mila insegnanti, la costruzione di nuove aule, la mensa, i servizi integrativi. Tuttoscuola stima che “l’introduzione dell’obbligo scolastico interamente gratuito comporterebbe un onere complessivo di 3 miliardi e 616 milioni di euro all’anno”, e non si è parlato di quel 12% circa di ragazzi di 15 e di 18 anni che hanno abbandonato la scuola o la  formazione professionale. Quanto ai tempi di attuazione, gli insegnanti in più non sono certamente disponibili sul mercato, e andranno formati; le strutture edilizie, anche incrementate con i fondi Pon, richiedono tempi di realizzazione, e via dicendo. Considerazioni simili valgono per riforme onerose come la realizzazione del tempo pieno per tutti nella scuola primaria, la riduzione del numero di studenti per classe (che si attuerà automaticamente, visto che stiamo perdendo circa 80mila studenti ogni anno), l’aumento degli stipendi a livello europeo. Forse i nostri politici potrebbero incominciare a ragionare in termini di qualità, e non solo quantità, degli insegnanti.

L’inversione di tendenza per la riduzione dei fondi stanziati per l’istruzione in percentuale del Pil è certamente auspicabile, ma dove verrebbero reperiti questi fondi, tagliando che cosa? Le pensioni? La sanità? La risposta non è semplice e richiederebbe di individuare le priorità non con un approccio ideologico, ma per rispondere ai gravi e sempre uguali problemi della scuola italiana. Nelle promesse elettorali, lo schieramento di sinistra tende più a misure di accrescimento dell’equità (non a caso il paragrafo si intitola “conoscenza è potere”) come l’estensione dell’obbligo e del tempo pieno, misura questa auspicata anche da Azione-Italia viva, mentre la coalizione di destra punta piuttosto a valorizzare il merito.

Quasi tutti propongono la soppressione del precariato – impossibile finché saranno in vigore gli attuali metodi di reclutamento –, anche se con un certo buon senso Azione-Italia viva pensa di ridurlo ai livelli fisiologici;  l’aumento degli stipendi; l’estensione generalizzata o selettiva (al Sud) del tempo pieno. A parte i costi, ci sono problemi supplementari, per esempio se si ipotizza l’entrata in ruolo degli attuali supplenti, nessuno fa cenno a come valutare la loro preparazione, e questo in una situazione in cui molti posti restano scoperti perché i candidati non riescono a superare le prove di esame. Le proposte, oltre a essere generiche, non tengono conto di quel che viene considerato urgente e necessario da chi nella scuola lavora, cioè la modifica del soffocante apparato burocratico, la realizzazione della piena autonomia, una valorizzazione del merito che consenta anche di differenziare compiti e retribuzioni.

Tutti intendono investire in formazione e aggiornamento degli insegnanti: il centrodestra mira a  valorizzare le scuole tecniche e professionali, sostenere gli studenti meritevoli o “incapienti” (forse per metterli in grado di capire che cosa significa “incapienti”), sviluppare l’edilizia scolastica e generalizzare il buono scuola per favorire la scelta educativa. Compare un modesto interesse per la scelta famigliare e per gli 800mila studenti e 60mila insegnanti circa delle scuole paritarie e nel programma del Pd si accenna al costo standard di sostenibilità per promuovere il pluralismo educativo, senza rinvii diretti alle scuole paritarie, ma solo a una generica “offerta formativa per il diritto allo studio”.

Il centrodestra intende anche favorire il rientro degli italiani “altamente specializzati” dall’estero, ma questa non è una misura di politica scolastica, come non lo è la proposta dello jus scholae fatta dal centrosinistra e dal M5s. Oltre alla scuola dell’infanzia obbligatoria e gratuita e alla crescita professionale per i docenti attraverso la formazione iniziale e in servizio, il Pd propone l’istituzione di “aree di priorità educativa” nelle zone svantaggiate, forse sulla falsariga delle ZEP istituite in Francia nel 1981 e  trasformate nel 1999 in “reti di educazione proritaria”.

Il terzo polo propone di elevare l’obbligo a 18 anni, riducendo la durata degli studi da 13 a 12 anni, allineandosi così alla maggior parte dei Paesi europei, e recuperando una parte dei costi. Estensione del tempo pieno nelle scuole primarie, creazione di una carriera docente con differenziazione delle funzioni e dei salari, accresciuti forse in collegamento alla funzione, riforma degli Its con una maggiore integrazione delle imprese e presenza di docenti qualificati nelle aree di crisi. Si parla esplicitamente  di misure per accrescere la libertà di scelta delle famiglie (misure fiscali, buono scuola, costo standard). Il M5s esprime la sua creatività aggiungendo alle richieste standard quella  dell’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva, di una “scuola dei mestieri” per supportare l’artigianato, e di un maggior numero di psicologi e pedagogisti.

Le misure proposte non si esauriscono in quelle che ho portato ad esempio: credo però che chiunque vinca le elezioni dovrebbe accantonare tutte le promesse/proposte su cui ha basato la campagna elettorale, e lavorare seriamente su tre temi: gli insegnanti, la libertà di scelta e l’autonomia. Se le scuole saranno veramente e seriamente autonome, e valutate in base ai risultati, se gli insegnanti saranno veramente e seriamente professionisti, se le famiglie potranno scegliere la scuola dei figli in un sistema veramente e seriamente pubblico, non ci sarà bisogno di grandi riforme, perché sarà la scuola stessa a cambiare per rispondere ai bisogni della società.

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