Scuola, due milioni di giovani in meno. A rischio 95mila classi e 166mila posti docente entro il 2040

Roma, 4 novembre 2026 – In quindici anni l’Italia perderà quasi due milioni di bambini e ragazzi. Una svolta destinata a ridisegnare scuole, classi e territori. Tra il 2025 e il 2040 la popolazione fino a 18 anni passerà da 9,36 a 7,38 milioni: un crollo del 21,1%. Se la scuola adattasse automaticamente gli organici agli alunni, perderebbe in teoria quasi 95mila classi e 166mila posti docente. È l’allarme della Fondazione Agnelli, che ha rielaborato le previsioni Istat: il declino demografico è ormai drammatico.

Contrazione vicina al 10% già nel 2030

L’orizzonte è vicino. Già nel 2030 i residenti tra zero e 18 anni saranno 872mila in meno rispetto al 2025, una contrazione del 9%; nel 2035 il vuoto raggiungerà 1,58 milioni, pari al 17%. I dati riguardano tutta la popolazione della fascia d’età, non soltanto gli iscritti a scuola. L’impatto sugli istituti arriva con tempi diversi, seguendo il percorso delle generazioni nate sempre meno numerose.

Oggi a svuotarsi sono soprattutto infanzia e primaria. Fra il 2018 e il 2025 i bambini di 3-5 anni sono già diminuiti del 16%, quelli delle elementari del 13%; nello stesso periodo i ragazzi delle superiori sono rimasti sostanzialmente stabili. Ma è un ritardo temporaneo. Entro il 2040 la popolazione in età di scuola primaria sarà inferiore del 22% a quella attuale, quella delle medie del 28% e quella delle superiori del 27%. Le generazioni più piccole avanzano come un’onda, trasferendo il vuoto fino alle aule degli adolescenti.

Il rapporto aggiorna inoltre una previsione che la stessa Fondazione aveva elaborato nel 2018. Il nuovo scenario per la fascia 3-18 anni nel 2030 è più basso di circa il 4% rispetto a quello di allora. Il peggioramento si concentra soprattutto nella scuola dell’infanzia, con una stima ridotta del 18%. La denatalità ha superato le attese. Non basta programmare sul calo attuale: bisogna anticipare quello futuro. Va letto con cautela anche il dato sui più piccoli: gli 0-2 anni calerebbero ‘solo’ del 6% al 2040, ma quelle generazioni non sono ancora nate e la previsione dipende da ipotesi sulla fecondità.

Il divario tra Nord e Sud

La frattura più profonda, però, è geografica. Nel 2040 il Nord-Ovest avrà il 15% di under 19 in meno e il Nord-Est il 16%; il Centro perderà il 23%, il Mezzogiorno il 27%. In valori assoluti, il Sud perderà circa 885mila bambini e ragazzi, quasi la metà della riduzione nazionale. Sardegna e Basilicata supereranno il 30%, Puglia e Molise si avvicineranno a quella soglia. La Liguria, dove l’invecchiamento è iniziato prima, registrerà invece un calo intorno al 10%; Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna resteranno nell’ordine del 15-16%. L’inverno demografico, insomma, non avrà la stessa temperatura ovunque.

A scavare la distanza contribuiscono anche le migrazioni. Il Nord continua ad attrarre residenti sia dall’estero sia da altre regioni; nel Mezzogiorno il saldo migratorio internazionale positivo è in parte compensato dalle partenze verso il resto d’Italia. Il rischio è un circolo vizioso: meno giovani, meno servizi e opportunità, altre partenze. Gli studiosi invitano però alla cautela: i dati disponibili non permettono di attribuire con precisione alle migrazioni il calo di ogni singola fascia d’età.

Il calo dei posti dei docenti

La proiezione sulle aule rende concreto il cambiamento. Mantenendo immutati il numero medio di alunni per classe e il rapporto fra classi e docenti, le 409.522 classi dei cicli dai 3 ai 18 anni potrebbero diventare 369.226 nel 2030 e appena 314.823 nel 2040: quasi 95mila in meno. I posti dei docenti comuni passerebbero, nello stesso esercizio, da 721.328 a 554.915, con una riduzione potenziale di 166.413 unità. Nel solo Mezzogiorno il calo teorico sarebbe di 39.398 classi e oltre 69mila insegnanti. Non sono licenziamenti annunciati: il calcolo mantiene le regole attuali ed esclude il sostegno.

È questa la questione politica, mentre la manovra prevede già 4.925 posti docenti e 2.049 amministrativi, tecnici e ausiliari in meno, accendendo la protesta sindacale. La demografia può trasformarsi in un pretesto per comprimere la spesa oppure in un’occasione per cambiare la scuola. Classi meno affollate, più tempo pieno e attività pomeridiane, insegnanti di sostegno, personale stabile e interventi contro la povertà educativa richiedono una scelta precisa: non far seguire automaticamente ai bambini che scompaiono la scomparsa delle risorse. I risparmi possibili potrebbero finanziare anche nidi e università, dove servono più iscritti e laureati.

La Fondazione Agnelli non presenta dunque una previsione di 166mila insegnanti da tagliare, ma una misura della posta in gioco. Se l’Italia avrà sempre meno bambini, la scuola potrà diventare più povera e lontana oppure più vicina e capace di seguire ciascuno. La differenza non la farà la demografia. La faranno le decisioni dei governi.