Serve un Patto generazionale sull’occupazione

La celebrazione della Festa del lavoro è una ghiotta opportunità per riproporre all’attenzione del grande pubblico i temi del lavoro sottraendoli alle riflessioni degli addetti ai lavori. Questo 1° maggio non fa eccezione: tanti commentatori hanno colto l’occasione per schierarsi pro o contro le misure del governo. A dire il vero i cambiamenti meriterebbero letture che vadano al di là di posizionamenti contingenti o, peggio, di facili semplificazioni o scorciatoie “acchiappa-consenso”: intelligenza artificiale, demografia, scarsity, mutato approccio culturale al lavoro delle giovani generazioni, rivoluzioni epocali della domanda e dell’offerta, immigrazione e inclusione sono le sfide che istituzioni, politica e corpi sociali intermedi sono chiamati ad affrontare se vogliono far ripartire l’innovazione sociale del Paese. Occorre dar vita a un vero e proprio Patto tra generazioni che abbia come epicentro proprio la questione lavoro. Se l’obiettivo del governo rimane, come dichiarato in Parlamento, il contrasto al lavoro povero, la valorizzazione della contrattazione “genuina” contenuta nel “decreto Primo Maggio” è un passo che va nella giusta direzione ma che da solo non basta. Oggi più che mai serve dotarci di occhiali capaci di leggere i fattori di precarizzazione vecchi e nuovi rappresentati non solo da bassi salari ma anche dal part time involontario, dal mancato adeguamento delle competenze, dall’assenza di contrattazione e di sostegno nelle transizioni lavorative.
Vanno al più presto superate letture formalistiche, contrastate tipologie di impiego nelle quali queste cause si annidano, valorizzando, anche sul piano normativo oltreché culturale, forme di lavoro anche flessibili ma moderne capaci di garantire i lavoratori e le loro vite.