Roma – Il mistero prosegue: all’epoca di Dumas “vent’anni dopo” sembrava un tempo infinito; per la giustizia italiana, invece, 35 anni, 11 mesi e 23 giorni sono un tempo “ragionevole”, quello che è passato dal delitto di via Poma del 7 agosto 1990 a oggi quando sono giunti alla Procura di Roma – che aveva riaperto il fascicolo contro ignoti – i risultati dei rilievi su otto Dna recuperati dal Reparto di investigazione scientifica dei Carabinieri sui reperti raccolti sul luogo del delitto sperando in qualche delucidazione su chi abbia ucciso Simonetta Cesaroni, una bella ragazza di non ancora 21 anni trovata morta negli uffici dell’Associazione italiana alberghi della gioventù dove lavorava a giorni alterni come dipendente di una società di contabilità aziendale.
Secondo indiscrezioni, i risultati sui profili, di cinque donne e tre uomini, fra i quali uno “di altissimo livello” e altri di persone molto vicine a chi lavorava negli uffici di via Poma, sarebbero negativi.
Simonetta viene uccisa dopo le 17.30 di quel caldo giorno d’agosto: che cosa faceva ancora in ufficio? Viene prima tramortita e poi infilzata con un tagliacarte di undici centimetri: l’assassino, che forse si trovava nei locali visto che nessuno ha visto entrare persone nel palazzo, infierisce con ventinove colpi, una violenza inaudita. Chi l’ha uccisa l’ha fatta franca in tutti questi anni nei quali i soggetti considerati presunti colpevoli sono stati tutti assolti e non è stata data una risposta definitiva al movente.
Prosciolto è stato anche quello che inizialmente veniva considerato il colpevole perfetto, e infatti era finito in galera, cioè Pietrino Vanacore, il custode del grande condominio che si trova nei pressi di Piazza Mazzini, nel quartiere residenziale di Prati, fra Vaticano e stadio Olimpico. Vanacore si impiccherà la notte fra l’8 e il 9 marzo 2010 in un paesino della provincia di Taranto, dove era tornato a vivere da pensionato, lasciando un biglietto: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. Tre giorni dopo avrebbe dovuto testimoniare nel processo a Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta, poi finito anch’egli assolto definitivamente dopo una condanna a 24 anni in primo grado: si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. Nel suo caso l’ipotesi era la gelosia nei confronti del capoufficio della Cesaroni, che alcuni avevano indicato come amante della giovane.
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L’ ennesima svolta nell’indagine avviene quando i magistrati della Procura di Roma, che mai si sono fermati nella ricerca della verità, hanno disposto, il 4 giugno, l’analisi sul Dna di otto persone mai indagate prima per l’omicidio. In quella data si è svolto un “accertamento tecnico irripetibile”, vale a dire un incidente probatorio. I profili genetici sono stati comparati con quelli estratti dai reperti sequestrati nel 1990, nella speranza che anche una traccia infinitesimale potesse restituire un nome rimasto nascosto per così tanto tempo. La genetica forense ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, bisognava solo valutare se queste novità scientifiche potessero ricavare elementi utili da reperti così lontani nel tempo. L’attività investigativa aveva ripreso forza dopo che il Gip ha rigettato la richiesta di archiviazione invitando gli inquirenti a proseguire gli accertamenti. Così i carabinieri del Nucleo investigativo hanno ripreso a cercare il colpevole coordinati dal pubblico ministero della capitale, Alessandro Lia.