Sinistra sicuritaria, dopo i sindaci-sceriffo l’ordine non è più tabù

Milano, 22 ottobre 2026 – Il sindaco di Milano, Beppe Sala, dice che la repressione da sola non basta, ma comunque approva l’invio di cinquecento militari in città deciso dal governo, chiudendo la polemica con il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, che gli aveva dato del “radical chic” per avere criticato la carenza di forze dell’ordine durante gli scontri (nessun errore di stampa: la consequenzialità logica ha abbandonato da tempo il dibattito politico).

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L’atteggiamento pragmatico di Sala è comunque l’eccezione in un contesto di crescente contrapposizione, che va persino al di là della politica interna. Se infatti il ministro della Difesa, Guido Crosetto, punta il dito sulla guerra ibrida, accusando dunque la Russia, il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, si affretta a dichiarare di non vedere regie occulte o guerre ibride, perché “questi cercavano le Nike”, mentre il sindaco di Bologna concede che qualcuno abbia “voluto attizzare l’incendio”, ma aggiunge: “Un fiammifero attecchisce solo dove la legna è secca”. E quella legna “l’hanno seccata gli affitti che divorano gli stipendi, i contratti che durano una stagione, il pieno di benzina che pesa su chi ha meno”. Per questo motivo Matteo Lepore rilancia l’invito al governo a convocare i sindaci delle grandi città, che lui e i suoi colleghi avevano già formulato pubblicamente in una lettera a Palazzo Chigi.

Marcello Viola Giuseppe Sala e Bruno Megale al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura, Milano 21 Ottobre 2026 ANSA/MATTEO CORNER

Ma il clima non sembra particolarmente propizio alla collaborazione istituzionale. D’altronde, la polemica contro la sinistra troppo morbida sulla sicurezza non è certo nuova, ed è stata spesso animata dalla sinistra stessa. Lo hanno fatto i cosiddetti “sindaci sceriffo”, cioè gran parte dei sindaci di centrosinistra degli ultimi trent’anni (da Vincenzo De Luca a Flavio Zanonato, da Sergio Cofferati a Michele Emiliano), ma anche ministri dell’Interno (Marco Minniti), presidenti del Consiglio (Matteo Renzi), leader di partito e di coalizione (Walter Veltroni, Francesco Rutelli). E meno male che era un tabù.

Certo è che l’avvicinarsi delle elezioni non aiuta. Il governo accusa l’opposizione di giustificare la violenza, l’opposizione accusa la destra di strumentalizzare i disordini. La maggioranza vara l’ennesimo decreto sicurezza, rivendica l’introduzione di nuovi reati e l’utilizzo dell’esercito nelle strade, i sindaci di centrosinistra parlano di misure propagandistiche e lamentano i tagli agli enti locali. Una dinamica che ricorda – per fortuna molto alla lontana – quanto accade negli Stati Uniti, con gli attacchi di Donald Trump a governatori e sindaci democratici, che a loro volta lo accusano di un uso selettivo e politicamente orientato dei suoi poteri, dalla leva del bilancio federale alla famigerata milizia dell’Ice.

Ma la distanza tra quel che sta capitando in America e quel che succede nel nostro paese non è solo questione di fortuna. È anche una questione istituzionale. È la differenza che passa tra il presidenzialismo americano e la nostra democrazia parlamentare, con il ruolo di garanzia esercitato dal Quirinale, come dimostrano le sagge e misurate parole pronunciate da Sergio Mattarella proprio in questi giorni difficili, e il suo ruolo nell’arginare le derive più preoccupanti, come l’idea di attribuire all’esercito i poteri della polizia.