Ogni anno in Italia circa duecento esemplari vengono rinvenuti sulle spiagge. Tra le cause antropiche più influenti l’interazione con la pesca. I risultati del progetto “Life Delfi”
Dal mensile di aprile. Circa 210 delfini sono finiti spiaggiati sulle coste italiane nel 2021, poco più del 2020, quando si sono registrati 198 spiaggiamenti, e in linea con i dati rilevati negli ultimi anni. Sulle nostre coste, in media, vengono rinvenute ogni anno duecento carcasse di delfini. «Le analisi necroscopiche rilevano che le interazioni con le attività di pesca sono fra le cause di origine antropica più influenti sullo spiaggiamento di questi animali», spiega Sandro Mazzariol, docente di Patologia generale e Anatomia patologica presso l’Università di Padova. Un dato preoccupante, da evidenziare ancor di più in questo periodo dell’anno in cui ricorre la “Giornata mondiale dei delfini” indetta dall’Onu per il 14 aprile. Ma quale tipo di attrezzo da pesca è più letale per i delfini? In che aree marine si registrano più episodi di interazione? E in quale periodo dell’anno? Per dare risposte precise e dati dettagliati su cui basare le strategie di conservazione delle specie è stato elaborato un nuovo strumento per analizzare e interpretare il fenomeno che minaccia la biodiversità dei mari e l’economia della pesca professionale.
A elaborarlo, gli esperti del gruppo di ricerca e intervento sugli animali marini (Cert) dell’Università di Padova insieme ai partner del progetto europeo “Life Delfi”, agli istituti zooprofilattici sperimentali italiani e alcuni laboratori veterinari in Croazia. Con lo strumento diagnostico targato “Life Delfi”, un progetto cofinanziato dal Programma Life della Commissione europea e coordinato da Irbim-Cnr, si amplia la prospettiva delle analisi post mortem sulle catture accidentali e le conseguenze dell’interazione tra delfini e attrezzi da pesca, tra le quali: le catture in attrezzi da pesca attivi o passivi, impigliamento cronico e della laringe, l’ingestione e le lesioni provocate intenzionalmente. «Lo strumento diagnostico sviluppato nell’ambito del progetto “Life Delfi” ci ha permesso di revisionare i dati sugli spiaggiamenti sotto un’ottica più accurata per l’analisi dell’interazione tra delfini e attività di pesca», riprende il professore Mazzariol.
Dal 2021 questo protocollo è stato adottato ufficialmente dagli istituti zooprofilattici sperimentali italiani nelle diagnosi necroscopiche, le quali hanno rilevato ben 19 casi di interazioni, mentre le specie più colpite sono risultate la stenella striata e il tursiope. «I dati preliminari ci hanno mostrato per la prima volta più dettagli su che tipo di attività di pesca è responsabile, in quale regione e quali siano le specie più esposte – continua Mazzariol – Questi risultati sono essenziali per elaborare strategie di conservazione mirate per mitigare o risolvere questa minaccia. L’analisi continuerà anche nei prossimi anni, cercando di individuare un indice di incidenza che sarà utilizzato come valore per misurare l’efficacia delle azioni di conservazione». Anche la citizen science può venire in soccorso dei delfini. Per supportare la ricerca, infatti, è stata creata l’app “Marine Ranger”, che permette ai cittadini di segnalare cetacei in difficoltà in mare e consentire il tempestivo intervento delle autorità.
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