Tempo di moratoria climatica

Friends-of-the-Earth-Europe manifestazione

Le regole della globalizzazione hanno creato un mondo in cui i governi possono essere denunciati e condannati se investono sulla transizione ecologica. È il momento di sospenderle

Dal mensile – I piccoli passi avanti mossi alla Cop26 possono costare molto caro ai Paesi che ne fanno discendere una legislazione coerente. Man mano che la comunità internazionale aumenta i suoi obiettivi climatici e li traduce in norme, infatti, cresce il pericolo che queste entrino in conflitto con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), sottoscritte da quasi tutti gli stessi governi che partecipano alle conferenze sul clima. Il paradosso è che mentre gli impegni presi con l’Accordo di Parigi non prevedono meccanismi vincolanti di implementazione, gli accordi presi in ambito Wto consentono ai Paesi di impugnare la legislazione di altri Stati se la ritengono distorsiva del libero scambio, principio guida dei trattati.

Uno dei casi più noti è quello tra India e Stati Uniti nel 2013. Quando cioè gli Usa si sono rivolti all’organismo di risoluzione delle controversie della Wto (il Dispute settlement body, Dsb) per chiedere che il governo indiano ritirasse un piano di sviluppo del fotovoltaico che, a detta di Washington, privilegiava l’industria nazionale invece di importare da oltreoceano. E hanno avuto partita vinta. Nell’Accordo di Parigi non esiste un tribunale analogo per difendere le politiche climatiche o sanzionare chi non rispetta gli impegni. Perciò c’è il rischio che più l’ambizione climatica aumenta, più le politiche conseguenti entreranno in corto circuito con l’orientamento liberista della Wto. È questo il timore di numerose organizzazioni internazionali della società civile, che stanno provando a far breccia in questa contraddizione. Lo fanno utilizzando la stessa leva di altri gruppi, impegnati nel chiedere una moratoria sui brevetti per vaccini e prodotti farmaceutici contro il Covid, in modo da accelerarne la produzione e distribuzione in tutto il mondo. Una richiesta, appoggiata da oltre cento Paesi e perfino dal presidente Biden, che ha fatto vacillare l’organizzazione, che tuttavia non cede per la contrarietà dell’Unione Europea e di una manciata di altri governi.

Oggi si contano oltre mille cause intentate dagli investitori agli Stati, molte contro le politiche climatiche

Allargare il varco

Sull’onda di questa battaglia che sta lacerando il simbolo stesso della globalizzazione, anche altre organizzazioni tentano di allargare il varco. Se prendiamo la crisi climatica con la stessa serietà della pandemia, è l’argomento delle ong impegnate sui temi del commercio globale, bisognerebbe sospendere anche le norme che consentono oggi a Stati e imprese di contrastare le politiche di contenimento del riscaldamento globale. Con una lettera al presidente della Cop26, Alok Sharma, una dozzina di organizzazioni, fra cui Friends of the Earth Europe, Global Justice Now e Trade Justice Movement, hanno chiesto di recente al Regno Unito di fare pressione sulla Wto “affinché cambi le sue regole per garantire che non rallentino, limitino, aumentino i costi o interferiscano in altro modo con l’azione per il clima”. I firmatari sostengono che “il primo passo dovrebbe essere una ‘deroga climatica’, rapida e completa, che proibisca ai Paesi di impugnare le politiche climatiche degli altri nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio”.

La crisi della Wto è conclamata da anni, per la difficoltà dei 164 Stati membri di arrivare a decisioni unanimi. Attaccarne i fondamentali in un momento come questo potrebbe avere un effetto domino per le realtà sociali e ambientaliste che ne criticano l’operato da oltre venticinque anni. L’intento è dimostrare che la bussola della deregulation, che guida i Paesi verso continue liberalizzazioni e privatizzazioni, ha prodotto un mondo diseguale e non è in grado di orientare la transizione ecologica. Prendendo ad esempio il Patto di Glasgow, la senior advisor di Trade Justice Movement, Ruth Bergan, dice che l’eliminazione graduale dei combustibili fossili concordata nel documento finale della Cop26 “va di pari passo con la necessità di costruire rapidamente infrastrutture per l’energia rinnovabile, ma i governi di tutto il mondo hanno affrontato la contrarietà della Wto quando hanno provato a farlo”. Non solo: “Il trasferimento di tecnologia sarà la chiave per consentire ai Paesi di adottare nuovi mezzi di produzione rispettosi del clima, ma l’organizzazione attualmente favorisce brevetti a lungo termine che possono impedirlo”.

Davanti al pericolo di dover pagare multe salate per la transizione ecologica, molti Paesi potrebbero ammorbidire la legislazione e rallentare progressi quanto mai urgenti

Non solo attivisti

Oltre che dagli attivisti, questa visione è condivisa anche da parte delle Nazioni Unite. La Conferenza Onu su commercio e sviluppo (Unctad) lo scorso novembre ha pubblicato un documento in cui afferma più o meno le stesse cose. I dati dell’agenzia dicono che la liberalizzazione del commercio di beni e servizi ambientali porterà a una perdita di entrate per i Paesi in via di sviluppo, che hanno guadagnato 15 miliardi di dollari grazie a dazi e tariffe sulle importazioni nel 2019. Secondo il rapporto, questi Paesi si trovano sull’orlo di un altro decennio perso ed è “una chiara contraddizione che le economie più avanzate del mondo restringano il loro spazio politico, impedendogli di mettere in campo strumenti di politica industriale mentre gli chiedono di raggiungere obiettivi climatici sempre più esigenti”. Rashmi Banga, senior officer per gli affari economici di Unctad, ha dichiarato senza mezzi termini che “le regole commerciali internazionali proposte dalla Wto possono limitare i progressi dei Paesi in via di sviluppo verso una crescita sostenibile dal punto di vista ambientale”.

Espellere l’arbitro

Riformare l’Organizzazione mondiale del commercio in senso progressista sembra l’unico antidoto al suo fallimento totale. Ma l’effetto di una simile trasformazione avrebbe un riverbero anche sulle migliaia di accordi commerciali bilaterali o plurilaterali siglati dagli Stati al di fuori della cornice Wto. Una pratica in voga dai primi anni Duemila, che dimostra come fosse diventato complesso prendere decisioni dentro l’organizzazione. Negli accordi di libero scambio sono frequenti clausole di tutela degli investitori esteri, che permettono alle imprese di denunciare gli Stati quando emanano leggi a loro sgradite. Invece di accedere alla giustizia ordinaria, l’investitore straniero può decidere di dirimere la controversia in una corte di arbitrato internazionale. La denuncia presso questi tribunali privati porta alla composizione di un panel di tre arbitri che decide, a porte chiuse e senza possibilità di appello, se lo Stato ha violato i diritti dell’investitore e se deve risarcirlo. Ma che cos’ha a che fare tutto ciò con la crisi climatica?

La richiesta di moratoria sui brevetti per il vaccino anti Covid e quella sulle norme che consentono alle imprese di contrastare la transizione ecologica fanno leva sulla stessa contraddizione liberista

«Una simile possibilità permette alle imprese di contrastare efficacemente una vasta gamma di politiche pubbliche, incluse quelle per la protezione ambientale e il cambiamento climatico – spiega Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, ong impegnata da oltre vent’anni in ricerche e campagne sul commercio globale – Questa tendenza si è fatta preoccupante, al punto che oggi si contano oltre mille cause intentate dagli investitori agli Stati, molte contro le politiche climatiche». Lo scorso febbraio, infatti, la società energetica tedesca Rwe ha fatto causa all’Olanda presso un tribunale arbitrale, chiedendo risarcimenti per 1,4 miliardi di euro a seguito della decisione del governo di eliminare il carbone entro il 2030. La norma coinvolge anche le centrali termoelettriche gestite dalla compagnia, che non si è sentita “propriamente compensata”. Davanti al pericolo di dover pagare multe così salate per la transizione ecologica, molti Paesi potrebbero ammorbidire la legislazione e rallentare progressi che invece sono quanto mai urgenti.

«Riformare il commercio internazionale dev’essere l’imperativo di ogni governo, se l’intenzione è fronteggiare seriamente il cambiamento climatico e le diseguaglianze – conclude Di Sisto – Ottenere una moratoria climatica nella Wto metterebbe in discussione l’impianto della globalizzazione, con effetti positivi anche sulla battaglia per abolire i tribunali arbitrali».

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