Dati pesanti e incontrovertibili. Al debutto su Rai 2 lunedì scorso, in una serata dominata dal ritorno dei Cesaroni, uno dei game show al momento di maggiore successo in America – The Floor – si è fermato al di sotto del 4%.
La delusione di The Floor
Il format era convincente sulla carta. The Floor — ideato da John De Mol, prodotto da Fox negli Stati Uniti con una conduzione di Rob Lowe che aveva ottenuto ascolti solidi — funziona su un meccanismo semplice e visivamente efficace: concorrenti che si sfidano per conquistare riquadri di un pavimento luminoso, eliminandosi a vicenda attraverso sfide a tema. Spettacolare, immediato, con una regia pensata per tenere alta l’adrenalina. In America funziona. In Italia no.
Il problema della traduzione culturale
I format internazionali arrivano in Italia con due problemi che i numeri di vendita raramente raccontano. Il primo è il problema della traduzione culturale: quello che funziona in America o in Inghilterra non funziona necessariamente anche qui da noi. E non perché il pubblico italiano sia meno sofisticato, ma perché ha abitudini, ritmi e aspettative televisive costruite in decenni di palinsesti diversi.
La televisione italiana generalista ha formato il proprio pubblico su certi modelli — il quiz di studio caldo, il conduttore che commenta, la gara che si svolge nel tempo di una puntata con concorrenti che tornano la settimana dopo. Format come The Floor arrivano con una logica diversa, più fredda, più atletica, costruita per un pubblico che guarda su uno schermo diverso da quello del salotto di casa.
Il secondo problema è il posizionamento. Rai 2 è una rete che ha trovato negli ultimi anni la sua identità più forte nel mercoledì di Stasera tutto è possibile — un format italiano, costruito per il pubblico italiano, condotto da un nome che il pubblico conosce e segue. Inserire un format americano di lunedì, in una rete che non ha ancora ricostruito una fedeltà stabile su tutte le serate, significa partire senza rete di sicurezza.
I precedenti che non convincono
The Floor non è il primo formato internazionale che fatica a decollare in Italia. Negli anni recenti la lista è lunga e suddivisa tra reti diverse: Lingo, The Wheel, Freeze! — adattamenti italiani di successi stranieri che hanno trovato difficoltà a replicare i numeri originali. Non tutti sono stati flop immediati, ma quasi nessuno ha costruito la fedeltà settimanale che i format nati qui riescono a generare.
La ragione è in parte strutturale. I format italiani di maggior successo — da Affari Tuoi a L’Eredità, da Reazione a Catena a Caduta Libera fino a Avanti un altro che è appena tornato in palinsesto — sono stati costruiti qui da noi o profondamente adattati nel tempo, con stagioni di rodaggio, aggiustamenti progressivi, conduttori che hanno imparato a parlare al pubblico specifico di quella fascia. Un format importato parte già confezionato, con poca possibilità di essere modificato senza perdere la sua ragione di essere.
È anche una questione di soldi
C’è poi anche un problema di budget. I format internazionali costano di più in termini di licenze, e questo comprime le risorse disponibili per la produzione italiana, che potrebbe invece essere investita su idee nate qui. La Rai ha comprato The Floor con l’intenzione di costruire qualcosa di nuovo per Rai 2. Il 3,9% suggerisce che il percorso sarà più lungo del previsto — o che si tornerà a guardare altrove.
The Floor, non tutto è perduto
Va detto che un debutto non è una sentenza. The Floor potrebbe migliorare nel corso delle settimane, trovare il suo pubblico, diventare un appuntamento. Magari farà sfracelli on line.
È successo con altri format che hanno avuto partenze difficili. Ma il 3,9% di lunedì 13 aprile contro il 22,6% dei Cesaroni su Canale 5 è un dato che racconta molto sulle priorità del pubblico generalista in questo momento: vuole storie che conosce, personaggi che riconosce, ritmi che ha già imparato. The Floor chiede tutto il contrario.
La domanda che la Rai dovrà rispondere nelle prossime settimane non è solo se il format reggerà. È se il modello di importare successi stranieri sperando che funzionino per osmosi continua a valere la pena, o se l’investimento andrebbe indirizzato su formati nati qui, adattati qui, pensati per questo pubblico.