Roma, 24 aprile 2026 – Donald Trump è a un bivio, la tregua con l’Iran, che a questo punto la vuole senza troppe pretese, o la guerra e crisi energetica mondiale, che potrebbero andare a braccetto con la fine del suo mandato. Il tycoon infatti, al contrario dell’alleato Benjamin Netanyahu, non ha ottenuto quello che voleva da questa guerra. Israele invece sì. Tel Aviv ha disarmato il suo pericolo maggiore, cioè l’Iran, e ha continuato la sua azione di repulisti nella Striscia dai palestinesi e sta permettendo un’espansione senza precedenti dei coloni, con veri e propri raid contro la popolazione locale, sempre protetti dall’Idf. Unica pecca: Israele è frenata in Libano dallo stesso Trump, e non può sbarazzarsi del tutto di Hezbollah, anche perché il movimento sciita è utile a Washington nella tregua con Teheran.

Così Trump si ritrova con il bicchiere mezzo pieno: la sua azione militare ha raggiunto gli scopi prefissi, ma non è bastato. In realtà il Pentagono puntava, e credeva, a fare piazza pulita dei vertici militari, politici e religiosi iraniani nei primi giorni di guerra, per poi puntare ad impossessarsi dell’uranio impoverito e a mettere fuori uso infrastrutture militari e siti nucleari nemici, contando nel frattempo a una reazione interna delle opposizioni per far crollare il regime. Tutto ciò non è successo, o almeno non quanto Trump sperava.
Già bombardati in precedenza nella guerra dei 12 giorni nel giugno del 2025, i Pasdaran, che non sono pastori sprovveduti ma abili combattenti, avevano preparato le contromosse. Teheran ha sorpreso gli aggressori con i suoi missili, debitamente nascosti per non farli distruggere nei raid, trapassando le difese israeliane più di una volta (anche se i media locali hanno minimizzato), inoltre ha puntato ad allargare il conflitto, facendo saltare sui cuscini gli altri Stati del Golfo, troppo vicini al nemico e colpevoli di ospitare le sue basi in casa. Per poi dar il colpo di grazia alle pretese di Washington chiudendo i rubinetti del petrolio a una buona parte del mondo minacciando le petroliere che attraversavano lo Stretto di Hormuz.
A questo punto, con i miliardi spesi in questo conflitto, se Trump non otterrà quanto dichiarato, cioè negare l’atomica a Teheran e riportare la democrazia nel Paese degli Ayatollah, la Epic Fury potrebbe essere derubricata a fallimento, e lo stesso tycoon veder crollare definitivamente il gradimento, anche da parte MAGA.
Tutti motivi per trovare un accordo, su cui Trump sta facendo pressione nel suo stile: minacciando. L’arrivo di un’altra portaerei carica di marine, la terza in Medio Oriente, i discorsi sul nucleare che non userà mai (ma intanto dice ai pasdaran la bomba comunque c’è, in vero stile deterrenza) e gli appelli alla popolazione alla rivolta, sono in realtà punti deboli del tycoon.
E se Teheran non si accorderà Washington sarebbe pronta ad attaccare di nuovo, anche per terra. Ma quest’ipotesi fa venire i brividi ai generali di Trump. Infatti se un’azione sul terreno si può ipotizzare, non senza perdite, lungo la costa, magari attaccando la preziosa isola del petrolio, cioè Kharg, se l’obiettivo fosse l’uranio impoverito in siti interni all’Iran come Natanz e Fordow, o anche il famoso tunnel inespugnabile di Isahan, il presidente si ritroverebbe all’aeroporto, come è successo per i 13 marine morti in Kuwait, a ricevere centinaia di bare con la bandiera a stelle e strisce appoggiata sopra, e ogni perdita sarebbe un passo verso l’uscita dalla Casa Bianca. Per questo è Trump che vuole negoziare, è lui che non ha fretta di ricevere la proposta di Teheran ed è sempre lui ad aver messo sul tavolo tutte le carte: o vince o perde tutto.