Dovremmo smetterla di ascoltare Trump. Dovremmo cambiare canale quando lo intercettiamo in tv, scrollare i social quando invade il nostro feed, girare pagina di giornale quando il titolo lo riguarda. Dovremmo ignorarlo, sì, noi giornalisti per primi. E tornare a usare, almeno noi, le parole per quello che sono: pesi e misure dei fatti, unica lente umana di lettura della realtà, e dunque di una verità sempre più opinabile e sfuggente, anche per colpa di Trump e dei suoi ormai numerosi epigoni.
La pace si annuncia una volta sola; quando la si proclama a cadenza settimanale, è il proclama stesso a confessare ciò che vorrebbe nascondere. Dal 24 marzo a oggi, il presidente Usa ha dichiarato vinta la sua guerra contro l’Iran almeno sette volte (calcolando anche l’ultimissima che si spera possa essere risolutiva) e in ciascuna ha riposto la solennità della prima.
Vale la pena ricordarle, quelle sette volte, perché il loro elenco è già un piccolo trattato sul paradosso. Il 24 marzo gli iraniani erano “totalmente sconfitti”; il 7 aprile la vittoria si era fatta “totale, al cento per cento, senza ombra di dubbio”. L’indomani, 8 aprile, era “un grande giorno per la pace nel mondo”; due settimane più tardi quella medesima pace andava però ancora una volta prorogata a tempo indeterminato. Il 23 maggio l’intesa risultava “in gran parte negoziata”; l’11 giugno, infine, la guerra era “conclusa”, e l’annuncio cadeva, con involontaria comicità, poche ore dopo la promessa di colpire Teheran “durissimo, stanotte”.
Fino a poche ore fa il presidente-annunciatore ha continuato a dirsi “sicuro”. L’Iran come sempre cerca di prendere tempo. Per quel che ci riguarda, rispetto all’esito effettivo, i casi precedenti ci impongono di usare come minimo prudenza.
Tucidide, nel quinto libro della sua storia, si rifiutò di concedere alla cosiddetta Pace di Nicia il nome di pace: la chiamò una “tregua sospetta”, durante la quale i due fronti non avevano mai smesso di nuocersi. E di tregue sospette trabocca, per l’appunto, la cronaca di oggi. A che punto è, davvero, questa tregua? E cosa sta ottenendo, davvero, Trump?
A febbraio, Usa e Israele avevano attaccato l’Iran affinché rinunciasse all’arricchimento dell’uranio “per sempre”; oggi, nelle more di questa “tregua sospetta”, si lascia intendere che ci si accontenterebbe di una sospensione ventennale. C’è poi lo Stretto di Hormuz: per decenni Teheran aveva potuto soltanto minacciare di chiuderlo, ora l’ha chiuso per davvero, usando la sua riapertura come parte integrante del negoziato. E perfino il nome che l’intesa va assumendo – “Islamabad” – racconta uno spostamento del baricentro: a reggere il filo della pace non è più Washington, ma il Pakistan che l’ha mediata.
Chi canta vittoria troppo presto resta spesso prigioniero del proprio annuncio, e la parola finisce per surrogare il fatto semplicemente perché il fatto non collabora – l’Iran non si vincola, l’uranio resta sotto terra, la firma slitta di settimana in settimana.
Chi canta vittoria troppo presto resta spesso prigioniero del proprio annuncio
È qui che si annida l’effetto più insidioso degli spregiudicati annunciatori alla Trump. Perché un annuncio ripetuto e smentito, minacciato e ritirato, a un certo punto smette di descrivere la realtà e prende a sostituirla.
Orwell scrisse che il linguaggio politico è fatto per dare “al puro vento un’apparenza di solidità”, e in 1984 immaginò un potere capace di proclamare che “la guerra è pace” per logorare nei cittadini-sudditi la facoltà stessa di distinguere l’una dall’altra. Ecco la posta in gioco, per tutti noi. Proclamando la pace sette volte non si è ottenuta la pace: si è ottenuto che non la si sappia più riconoscere. E noi, siamo ancora capaci di farlo?