Una milonga per Gianni Minà

Gianni Minà e Maradona

Il commosso ricordo del grande giornalista, scomparso lo scorso 27 aprile, scritto per noi da Fabio Stassi. Tra i due era nata un’amicizia, frutto di una lunga serie di incontri da cui avrebbe preso forma “Storia di un boxeur latino”, l’autobiografia di Minà

“La vida es una milonga y hay que saberla bailar”. La vita è una milonga, e bisogna saperla ballare. In questi due versi di un vecchio tango argentino si potrebbe riassumere l’umana vicenda di Gianni Minà. Perché forse non c’è stata, nella storia del giornalismo italiano, vita più smisurata e temeraria della sua. E nessuno che l’abbia saputa ballare con maggior esuberanza, empatia e curiosità. Qualche anno fa, Minà me la raccontò in prima persona, con tutti i suoi stupori, le sue risate, le sue amarezze. Come un capitano in esilio, aveva magicamente conservato il sorriso leale e disarmante di un funambolo. Sfilava nei suoi ricordi l’abbecedario di una generazione e di un secolo. Un alfabeto della memoria. Perché la sua esistenza è stata uno dei più improbabili ed esaltanti romanzi d’avventure che nella nostra epoca, così avara di peripezie, si possano vivere. Un romanzo picaresco e di formazione, un inesauribile elogio dell’amicizia e della fratellanza umana. Con una precisa idea del mondo, e delle relazioni tra gli esseri umani, come stella polare.

Gianni Minà era un uomo pieno di candore, di gentilezza e di curiosità. Ecco, la curiosità era la sua prima qualità. Era curioso già da bambino, quando si inventava le radiocronache del Tour con i ragazzini del suo quartiere, in un cortile di Torino. Era curiosa la famiglia da cui proveniva: uno zio cosacco del Don, il nonno ferroviere, siciliano, la storia d’amore dei suoi genitori, le memorie familiari del terremoto di Messina e i bombardamenti. E curioso è stato anche il suo apprendistato: il leggendario liceo D’Azeglio, un maestro di vita sulla sedia a rotelle, il primo articolo e il primo durissimo rimprovero.

Due storici giornalisti, Antonio Ghirelli e Maurizio Barendson, gli insegnarono il mestiere, e lui lo apprese con grande umiltà. E con quell’esuberanza che lo contraddistingueva: una voglia di scoprire tutto, di essere al servizio della verità, di stare dalla parte sbagliata del mondo, dalla parte degli infedeli, non omologata, quella degli artisti, degli atleti, dei grandi rivoluzionari, degli utopisti.

Sapeva di avere un appuntamento con la Storia. Era sempre il primo a stare sul posto, lì dove accadevano le cose. A Roma, con i Beatles stipati dentro a una Seicento; a Città del Messico, quando Tommie Smith alzò il pugno al cielo; a Kinshasa, per il match del secolo tra Mohamed Alì e Foreman; ancora a Roma, a cena con Alì, Leone, De Niro e Gabo, oppure in una pizzeria di Prati, di notte, a convincere Mennea a partire per la gara in cui avrebbe stabilito il record del mondo; all’Avana, per un’intervista di quindici ore con Fidel Castro; a Napoli, con Maradona. Minà era un libero corrispondente, un “documentarista”, come amava dire. Uno che saltava su qualsiasi aereo, capace di attraversare gli oceani e i continenti, di incontrare tutti i protagonisti della sua epoca, con alcuni di loro persino di instaurare rapporti fraterni.

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Ma la sua fu anche una storia di amarezze, di un giornalista messo ingiustamente ai margini, dimenticato, seppure non dal pubblico. Ricordava che quando, alla commemorazione di Osvaldo Soriano, il Senato argentino gli aveva chiesto di parlare del mestiere e dei doveri del giornalismo, lui aveva rievocato la volta che a Buenos Aires, alla conferenza stampa in mondovisione del Mondiale del 1978, aveva mosso una domanda inopportuna a un ammiraglio, e cioè se le strade della città fossero sicure, perché giravano brutte voci, e allora l’indomani lo avevano imbarcato di corsa su un aereo. Ma quel giorno gli unici a uscire dall’aula erano stati i rappresentanti del governo italiano.

“Boxeur latino”, lo aveva definito Paolo Conte. Tutta la sua vita era stata una lotta, ma anche una lunga dichiarazione d’amore. “Gentilezza genera gentilezza”, è il proverbio brasiliano che potremmo scrivere accanto al suo nome. È la sua eredità più grande. Se aveva un segreto, era nei suoi occhi. Nella luce che li illuminava, in quell’irriducibile entusiasmo per la conoscenza che non lo ha mai abbandonato. Fare giornalismo, per lui, significava essere un “detective della diversità”, e spesso anche vincere i ricordi degli altri, senza perdere i propri.

“Gentilezza genera gentilezza”, è il proverbio brasiliano che potremmo scrivere accanto al suo nome. È la sua eredità più grande

Per tutto questo, con Gianni Minà non se ne è andato soltanto un uomo, è morto un continente. Un arcipelago con i baffi e il sorriso indomabile. Dove avevano abitato tutte le nostre speranze, tutta la nostra musica, la nostra allegria, le nostre vittorie e le nostre sconfitte.

Gianni non era soltanto un amico. Era l’ultimo erede di una stirpe di pazzi e di ribelli, di visionari perseguitati, di utopisti senza nessuna chance, gente sospesa tra la rivincita impossibile e il tracollo finale, l’imperfezione e la meraviglia, la grandezza e l’oblio.

Con lui se ne è andata anche una parte di noi.

Tutta la memoria del nostro Novecento.

Di quando la vita era piena di goal.

E i libri ti lasciavano addosso una cicatrice.

E sui volantini si scriveva “Abaixo a dictadura militar” e “Viva a democracia”.

E ci si batteva contro le ingiustizie perché l’ingiustizia contro cui battersi, in ogni tempo e luogo, è ancora la stessa.

Tutto svanisce, Gianni, ma non svanirà quello che hai rappresentato. Né i desideri che abbiamo avuto. La tua idea che tra gli uomini ci possa essere sempre come un rispetto, un trattarsi da pari a pari, qualunque sia il loro stato. E che si possa giocarsela, senza abdicare mai alla propria dignità e indipendenza, finché si ha fiato.

Grazie per avere dato voce e spazio a tanti senza voce come noi.

Classe ’62, Fabio Stassi è uno scrittore italiano di etnia arbëreshe. Bibliotecario presso la Biblioteca di Studi orientali dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha scritto i suoi tantissimi libri facendo il pendolare fra Viterbo, Orte e la Capitale. Il suo romanzo più amato è “L’ultimo ballo di Charlot”, tradotto in 19 lingue. L’ultimo è “Notturno francese”.