UTERO IN AFFITTO/ Se per “tutelare” i bambini la Cedu aiuta la maternità surrogata

Il fatto è chiaro e semplice, ispirato al rispetto del diritto dei bambini ad avere la massima chiarezza sulle loro origini. Non è in discussione l’adozione, per cui da anni attendiamo tutti, in tutti i Paesi, una vera e propria semplificazione delle procedure nazionali ed internazionali. Ma la mistificazione del processo di adozione ridotto spesso ad una vera e propria compravendita di bambini.

La legge danese ha vietato a una donna l’adozione di gemelli nati in Ucraina da una madre pagata per la gestazione. In concreto la legge danese, in analogia con la legge vigente in molti altri Paesi, Italia compresa, ritiene che “affittare“ il proprio utero sia fare commercio del proprio corpo, sia pure per povertà, ma attivando un processo in cui il bambino diventa merce di scambio. Per la Corte di Strasburgo si tratta di violazione dei diritti umani. Eppure è proprio per difendere i diritti umani di tutti i protagonisti di questa vicenda che l’utero in affitto suscita infinite perplessità.

Non dimentichiamo infatti che dietro una maternità surrogata c’è una madre biologica, un padre biologico, spesso estranei tra di loro. Hanno ceduto ovuli e spermatozoi per ottenere una fecondazione artificiale dietro regolare compenso. Ci sono agenzie, laboratori, cliniche, che fanno tutto ciò con un listino di prezzi facilmente rintracciabile su internet. L’unico diritto dei genitori biologici è quello di essere regolarmente retribuiti, perché senza ovuli da fecondare e senza spermatozoi fecondanti non ci sarebbe nessun embrione da impiantare. Di queste origini biologiche il bambino non saprà mai nulla: come un albero con le radici tagliate.

Per la legge danese che vieta l’adozione di bambini da parte di una madre che ha pagato la maternità surrogata, la nascita di questi stessi bambini viola il diritto dei minori al rispetto della vita familiare e privata. La vicenda concretamente riguarda una donna a cui le autorità danesi hanno rifiutato di riconoscere la possibilità di adottare i gemelli nati in Ucraina da una madre pagata per la gestazione.

I bambini sono già legalmente figli del marito della donna, che è il loro padre biologico. Hanno la nazionalità danese e alla signora è stata riconosciuta la custodia congiunta dei piccoli. In definitiva il padre è con certezza il padre generante, il padre affettivo e il padre effettivo. In lui le tre forme di paternità coincidono, facilitando una relazione complessa come oggi è sempre di più la relazione padre-figlio. Per la madre i tre ruoli sono frammentati e divisi in tre diverse figure materne. E lei è attualmente la madre sociale dei gemelli. Una madre certamente accudente e affettivamente significativa, ma con una posizione ben diversa da quella paterna. Sono fatti concreti, determinati dalla stessa biografia dei bambini e delle figure genitoriali.

Però per la Corte di Strasburgo questo non basta a garantire i diritti dei minori, mentre la legge danese offriva già sufficienti garanzie per il futuro dei bambini sul piano personale e familiare.

Non permettendo l’adozione, dice la sentenza Cedu, le autorità hanno impedito di far riconoscere legalmente il rapporto genitore-figlio, e questo ha posto i bambini in una posizione giuridica incerta, anche a fini ereditari, come sottolinea la Cedu.

La Corte infatti sostiene che la Danimarca non ha trovato il giusto punto di equilibrio tra la necessità di limitare gli effetti negativi della maternità surrogata a pagamento e gli interessi dei gemelli. Per questo i giudici hanno condannato la Danimarca a pagare 5mila euro a ciascuno dei  bimbi per danni morali.

Quindi la Cedu ha preso una posizione che include tre aspetti critici difficili da ignorare:

a) Il diritto dei bambini, il loro supremo interesse, è quello di essere adottati da entrambe le figure genitoriali, annullando le evidenti differenze, anche di ruolo, che sussistono tra di loro;

b) lo Stato è condannato ad un risarcimento di lieve entità nei loro confronti, ma la sanzione rappresenta il monito fondamentale a non porre impedimenti in casi analoghi;

c) non c’è nessuna norma a livello europeo che sancisca questi principi in modo chiaro, ma c’è invece un atteggiamento di particolare attenzione verso forme di maternità alternativa, come se non si potessero potenziare più e meglio i canali naturali della nascita, attraverso politiche demografiche adeguate, ma si volesse invece medicalizzare e tecnologizzare sempre più la nascita perdendo di vista tutta la umanizzazione della vita nascente.

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