
Doveva essere la soluzione al problema della carenza di dosi, invece il vaccino Reithera è diventato un caso. Il rischio è che non veda mai la luce, anche se la fase 2 della sperimentazione è stata sterminata. Ma ora è stato messo in stand by a causa della mancanza di fondi per far partire la fase 3. Erano stati promessi da tempo, ma non sono mai arrivati. L’azienda biotech di Castel Romano, che ha messo a punto il vaccino chiamato GRAd-COV2, finora ha ricevuto solo 13 milioni degli 89 che erano stati assicurati da Invitalia, Regione Lazio e Cnr. I fondi finora ricevuti però non sono sufficienti per completare la sperimentazione, compreso l’anticipo dell’azienda che peraltro avrebbe permesso di affrontare la fase 2. Dunque, mancano all’appello, secondo quanto riportato da La Stampa, 81 milioni di euro circa, che erano stati promessi dall’allora commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, in qualità però di amministratore delegato di Invitalia. Di questi, 41 erano a fondo perduto e 40 sotto forma di prestito.
La Regione Lazio ha stanziato 5 milioni, il Cnr 3 milioni, Reithera ne ha messi 12. Così si è arrivati a completare la fase 2, che ha coinvolto mille volontari e 25 centri ospedalieri italiani. I risultati saranno comunicati a giorni, poi si attende il via libera per la fase 3 che dovrebbe coinvolgere altri 10mila volontari. Il condizionale è d’obbligo, perché senza soldi potrebbe fermarsi tutto qui.
CASO REITHERA, INVITALIA: MANCA OK CORTE DEI CONTI
Perché i soldi non arrivano da Invitalia? Ufficialmente perché sono fermi per una questione burocratica. Manca infatti il via libera della Corte dei Conti. A tal proposito, l’agenzia governativa ha fatto sapere all’AGI che questo ritardo non è strano, visto che è stato stipulato un contratto di sviluppo, un incentivo governativo disponibile da anni per sostenere gli investimenti. Si tratta di una procedura a sportello per la quale non è prevista pubblicazione di un bando o una gara. La Commissione Ue ha approvato il contributo fornito dall’Italia a Reithera, giudicandolo compatibile con le norme statali, quindi la proposta dell’azienda è stata approvata. I fondi non servono solo alla sperimentazione, ma anche alla realizzazione di un sito produttivo per lo sviluppo e la produzione. Il problema è che ci sono solo garanzie, non i soldi. A ciò si aggiunge il “giallo” dello Spallanzani, uno dei centri coinvolti. Nella sperimentazione però il nome dell’istituto non c’è. Stando a quanto riportato da La Stampa, ha partecipato solo come coordinating investigator, quindi ha contribuito solo alla realizzazione del protocollo. Nessun problema per quanto riguarda la sperimentazione, che potrebbe proseguire a prescindere dal coinvolgimento dello Spallanzani, ma se ci fossero i fondi. Invece mancano e il rischio è che vada sprecato un vaccino che parrebbe funzionare.
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